Roma scema, ed è già tempo di scrutini. I nostri si sono espressi massicciamente, ma non hanno schiarito le idee sulla presunta prognosi del grande paziente. Una cosa, però, ci sembra chiara: forse è il caso di dimenticare Cannes e di considerare Roma e Venezia come test più attendibili di quello primaverile e premiato. Forse conviene rimanere alle “partite in casa” per verificare lo stato di salute (o malattia) della nostra cinematografia. Non per fare i disfattisti, assolutamente, ma perché c’è più somiglianza tra i film del Lido e quelli dell’Auditorium, che tra quelli dei due festival italiani e quelli della kermesse francese.

Andiamo per ordine di pettorale, allora, e partiamo da L’uomo che ama (Maria Sole Tognazzi).  Un film spalmato sulla città che lo ospita e coccola: una Torino fredda come un giorno di novembre, e calda come un caffé del centro in cui godersi il sublime del grigio autunnale. Non esattamene l’urbe giovane, luminosa e notturna restaurata da Davide Ferrario, piuttosto quella immobile e misteriosa de La spettatrice (interessante esordio di Paolo Franchi). Nella Torino di Tognazzi, c’è un uomo tenero come un gorilla dolce e pacato che indossa un camice bianco in una farmacia che sembra un salotto. E’ un bel Favino macho, sensibile e capace di amare fino ad ammalarsi. Ma ricordiamoci, per testimoniare certi calcoli che il film si è fatto, che Pier Francesco dall’Ultimo bacio aveva già rotto il ghiaccio dell’ “uomo che deve chiedere sempre” quando aveva in Saturno contro un’altra bocca da “omo” e la cosa aveva funzionato bene. Passare dal gay robusto, dolce e acculturato, allora, ad un uomo che soffre per un amore più convenzionale, non è proprio rivoluzionario, anzi, in un certo senso è un rientro nei ranghi dell’attore medio, maschio, da cinema italiano contemporaneo che ha fame di botteghino. Favino è un antieroe sommesso e ultra sincero, enorme e innocuo come un gattone placido da sofà, e il film è ordinato e corretto nella sua normalità, nella classicità contemporanea di un tema come l’amore, nella piccola sfida di declinare al maschile la messa in scena di un tema meglio sviluppato dalle attrici donne. Ricordiamoci anche che con l’amore si possono fare film meravigliosi (ce lo insegna il grande melodramma internazionale) e non è il caso de L’uomo che ama che si appoggia al solito paesaggio borghese di convivenze senza certificato, più o meno fallimentari e difficoltose. O alle immancabili ville borghesi fuori porta. O ancora ai soliti genitori maturi con cui rompere il silenzio e smontare l’educazione data, con fatica e civiltà. Alla solita considerazione (in parte superata dal cinema italiano maggiormente autoriale) del lavoro come ultimo dei problemi e raccontato, qui, quasi come un’isola di pace. Magari fosse così! L’uomo che ama rimane un film medio e di media superficialità. Umoristico in scarsissima parte e imbronciato per la sua quasi totalità. Con una forma corretta che non ha voglia di rischiare uno stile troppo personale. Bravini gli attori, per concludere, e bravissimo il giovane Michele Alhaique, un ragazzo che ci farà parecchia compagnia in futuro.


Poche parole per il secondo discesista: Brando De Sica, un ragazzo molto figlio d’arte che vuole dimostrare, e un festival come quello di Roma diventa un luogo perfetto, di non essere il figlio scemo di nessuno. Allora inventa un esercizio cinematografico dignitoso e poco utile attraverso l’omonimo spettacolo teatrale del padre.  Piazza otto telecamere ad alta definizione dentro un teatro e fonde la sua regia con quella teatrale di un altro regista. C’è ritmo, energia e ci rimane un omaggio al teatro popolare di un tempo lontano. Poi, e questo ci fa sempre enorme piacere, c’è spazio per il grande Vittorio, nonno di Brando e amico di tutti noi, e per le pellicole immortali che ci ha regalato nel corso degli anni. L’interrogativo di fondo rimane questo: può un lavoro di questo tipo entrare nel concorso ufficiale di un festival internazionale di cinema? E’ un mistero che non sembra facilissimo da svelare e ci viene in mente un'altra domanda: può un festival internazionale infilare nel concorso, che nel frattempo non si capisce più bene cosa sia, un numero così alto di pellicole? Più chiaro, invece, è il messaggio che il capelluto Brando ha lanciato al mondo dello spettacolo italiano: "Io ci sono! Sorrido e non ho voglia di stare con le mani in mano".

Il terzo italiano a scendere in schermo è stato Matteo Rovere, e se il suo è un film sui giovani che rifiuta le chiavi della commedia giovanilistica, la strada che percorre la sua sceneggiatura conduce dritta ad un maxi tamponamento con morti e feriti. Il film è incredibile, nel senso che si fatica a credere a quanto si vede. E se lo spunto è molto interessante (un’adolescenza di provincia bruciata dall’assenza di punti di riferimento sani e dall’iper presenza di quelli malvagi), il caso della protagonista, però, è talmente limite da non poter essere neanche minimamente considerato paradigmatico.  E coloro che le stanno intorno, gli altri personaggi del film, conducono questo ardito “gioco da ragazze” nelle strade perdute di una surreale e fallimentare comicità. Il film è ben girato e basterà poco al bravo e giovane Matteo Rovere per aggiustare il tiro in futuro: partire da un copione più preciso, per esempio, su cui poggiare il suo talento già espresso chiaramente nei corti.

Arriviamo ai film più importanti e densi di qualità di questo Festival, che confermano ciò che già sapevamo: esistono, nel panorama “overground” italiano, una serie di registi attivi già da qualche anno, ed è su di loro che continuano a far leva le sorti avventurose del cinema italiano. A Cannes c’erano i più talentuosi; a Venezia nessuno dell’ultima generazione. A Roma invece, una giovinezza piuttosto tra virgolette ha occupato gli spazi del concorso. Due di loro si chiamano Daniele Vicari ed Edoardo Winspeare. Il primo ha presentato un thriller torbido e notturno, movimentato e psicologico dal titolo Il passato è una terra straniera. L’opera è un barlume di italiana autorialità sull’Auditorium che riaccende una lampadina, fioca e spaurita, sul sentiero linguistico ri-tracciato, qualche mese fa, dagli italiani a Cannes. Il film, impegnato in qualche inquadratura virtuosa, azzarda un cinema di robusta presenza e di (più che) sufficiente personalità. Il doppio viaggio barese negli inferi dell’esistenza, uno di sola andata e l’altro, con la chance (raccolt
a) del salvifico ritorno, ha mostrato un andamento affascinante e non si è smarrito strada facendo.  Il film di Vicari parte dal romanzo omonimo, valido e coinvolgente, di Gianrico Carofiglio e lo traduce in un film compatto e sorretto dall’inizio alla fine da due interpretazioni decise e coerenti. La prima è quella di Elio Germano, un attore talmente strizzato dai suoi registi che qualche spettatore è arrivato persino a non sopportarlo più. Il fatto, invece, è che l’attore di monteverde mette tutta la sua energia, cinetica e mentale, nei copioni accettati e, sebbene alcune volte denunci un'enfasi ai limiti dell’esagerazione, quando il film finisce il suo lavoro risulta sempre perfettamente eseguito. Germano urla, parla con se stesso, fa l’amore selvaggiamente e si sporca di sangue. Offre una sensazione di leggera follia, uscendo sempre dalla scena con un risultato positivo.

L’altra, invece, è davvero sorprendente e la compie un certo Michele Riondino: un giovanotto scapestrato, praticamente esordiente e sopra le righe, che si è subito guadagnato un bel futuro da giovane attore italiano. Il suo personaggio annulla ogni pensiero sull’interpretazione e quando accade questo significa che la recitazione è stata sublime.

Il film racconta la storia di due individui molto simili, separati soltanto dall’estrazione sociale e dalle vicissitudini vissute in tenerissima età. Entrambi posseggono un’interiorità complessa e pericolosa, più o meno nascosta e più o meno controllabile. Sono attratti l’uno dall’altro fin quando raggiungono il punto di non ritorno. Là, uno si ferma e torna indietro, l’altro non può farlo perché nessuno gli ha mai dato una spiegazione o un consiglio utile. Nella separazione c’è silenzio assoluto e nella coscienza di un Germano ormai formato, rimarrà sempre la terrorizzata consapevolezza di un lato personale che nemmeno la toga da magistrato può seppellire definitivamente.

Se Il passato è una terra straniera corre verso un’autorialità di colori, azioni e atmosfere dimostrando come Vicari sia molto a suo agio con questo tipo di cinema (nonostante spesso egli si proponga con contenuti politico-sociali interessanti, ma mai tradotti in opere perfette) il film di Edoardo Winspeare, Galantuomini, offre una solidità narrativa da abbracciare con soddisfazione. E ci conferma un fatto: che tra problemi, sogni e speranze, a un cinema italiano sempre degente e qualche volta decente, l’idea di ficcare il naso negli affari sporchissimi del nostro paese continua a dare un certo gusto. Perchè anche da questa terza festa romana (ribattezzata Festival del film) riesce a partare un viaggio in Italia che si propone scomodo e indagatore. Il cinema italiano riassapora il gusto amaro e recente di un cammino verso Sud che spara luce in faccia ad un’Italia barbara e criminale. Stavolta è acre e salentina, senza pizzica, serate estive e prodotti regionali. Negli occhi utili che il cinema italiano sta riprovando a mantenere aperti, irrompe Winspeare coi suoi Galantuomini leccesi e irrobustisce di onesto e sano cinema, lo sforzo già compiuto dall’indipendente, piccolissimo, ma troppo disordinato e scomposto Fine pena Mai. Quel film, attraverso la biografia dell’ergastolano Antonio Perrone, riusciva a costruire un primo, piuttosto naif, ritratto della criminalità organizzata salentina. Lo stesso ora, con più forza e qualità, fa Galantuomini e sembra essere appena nato un cinema sulla sacra corona unita, dopo anni di mafiamovie siciliane o di qualche perla camorristica (La sfida, Il camorrista, Gomorra). Se c’è un cantiere malavitoso, inquinante e sanguinario, allora ci sta bene, benissimo, che un cinema (si spera civile, maturo e impavido) corra sul posto a certificare, smuovere il sasso e lanciare un grido di allarme e denuncia. Se poi la vicenda è inquadrata con i toni e i tempi giusti come fa, finchè ne ha forza, Galantuomini di Winspeare, l’operazione è due volte vantaggiosa: diventa un buon film e un racconto sociale utile a spostare il cinema italiano dalle relazioni amorose che addolciscono le domeniche pomeriggio degli italiani medi. Ma le storie d’amore, come ricorda una vecchia canzone, non finiscono mai, e ogni tanto si piazzano davanti alla macchina da presa e tappano gli occhi ai film. Toglieremmo volentieri parte delle tentazioni del dottor Gifuni, allora, a questo quasi bellissimo film, e porteremmo via anche alcuni momenti dell’improbabile passione amorosa di Donatella Finocchiaro per il suo nemico magistrato, se potessimo.  Perchè tutti e due gli attori, che saranno pure bravi a recitare (e in questo film lo sono molto più di altre volte), contribuiscono a nascondere l'analisi del territorio e quando si mettono a rincorrersi, baciarsi e a fare l’amore tutta la notte, la sacra corona unita se ne è bella che scappata come un animale selvatico, come un felino coi kalashnikov e i fuoristrada scuri.
Il melodramma invade gli spazi pubblici inquadrati dal film e non riesce a mantenersi del tutto in equilibrio con lo sfondo storico, sociale e culturale dell'opera. Se fosse accaduto questo, allora il film sarebbe stato un capolavoro. Il finale è comunque di grande valenza cinematografica.
Se consideriamo Galantuomini il primo vero film sul'argomento, allora il romanzo può passare con tutte le sue leggi e le sue imposizioni. E passi anche il fatto che, a volerci vedere un pò di marcio, la strana coppia magistrato/malavitosa, buono/cattiva, Gifuni/Finocchiaro, l’avevamo già incontrata (poco più di un anno fa) nell’evanescente film di Andrea Porporati Il dolce e l’amaro.

La Sacra corona unita è comunque avvertita: il cinema italiano bazzica da quelle parti. Stavolta ha preferito appoggiarsi sul problema e concentrarsi su un film, forte in qualità, di sentimenti e passioni umane. La prossima volta potrebbe esserci più impegno civile.

Tra le soprese positive della manifestazione rientra la commedia Si può fare di Giulio Manfredonia. Un film che contestualizza un tema molto delicato come quello della disabilità mentale, in un periodo storico cruciale nel trattamento di questo tipo di patologia: gli anni Ottanta. Il film è una favola storica e sociale di robusta leggerezza, scritto con intelligenza ed una costante aderenza alla realtà. A cominciare dalle sfumature che caratterizzano gli atteggiamenti di tutti i personaggi per i quali sono stati effettuati i sopralluoghi presso l'ex manicomio di Santa Maria della Pietà. In un film dal tema così forte, il regista è riuscito a infilare un secondo racconto: quello della Milano degli anni ’80. Il film è affollato di attori ma non c’è nessun non attore: il regista lo ha fatto per due ragioni, una di carattere pratico e un’altra di carattere ideologico. I film si fanno con gli attori e chiedere a chi soffre veramente di raccontare il suo disagio gli sembrava una cosa fuori luogo. Si può fare è una
favola tra virgolette perché è
piena di riferimenti alla storia. Questo film uscirà in sole cento copie, schiacciato da High school musical 3 e Pride and Glory, speriamo si trovi il modo di far conoscere al pubblico le qualità di questa pellicola: quelle di un film arguto e brillante, scritto, girato e interpretato con intelligenza.

Tornando ai bilanci, al Festival e a qualche altro titolo che deve ancora scendere dal cancelletto, il grande film non c'è stato neache a Roma e pare difficile immaginare il trionfo a Cannes come l'inizio di una nuova ondata nazionale. Ci teniamo a un cinema fatto di film buoni e meno buoni, nell'attesa di esordi interessanti o esplosivi e di conferme sempre ben accette. Questa volta senza funerali nè resurrezioni. Coscienti che nell'underground che il Festival di Roma, nella sua passione onnivora di infilare qualsiasi cosa di italiano, ha mostrato quasi fosse un festival di nicchia anche del materiale interessante e poco commerciale. Un titolo per tutti: quel documentario di Gianfranco Pannone, Il Sol dell'avvenire, ufficialmente ripudiato dal direttore che non fuma e non beve, e carico di contenuti come una nuvola grigio scuro è carica di acqua piovana.

One Reply to “Roma '08. Gli italiani: primo bilancio”

  1. Sono abbastanza d’accordo sulla panoramica e sui singoli giudizi, ma secondo e Il passato è una terra straniera è un film che si distacca decisamente dal livello medio dei film italiani: c‘è una tensione molto forte, è reso molto bene il clima di strisciante violenza, e inoltre le vicende dei due protagonisti, risucchiati dostoevskianamente dal Male, uno borghese, l’altro proletario, le trovo molto verosimili e paradigmatiche dei nostri tempi. Inoltre non è un film che rassicura perché la condizione familiare borghese del personaggio interpretato da Germano lo salva dal carcere, ma non gli basta certo a riscattarsi dal male compiuto (è un po’ come il protagonista di Match point), e in più non ci offre nessuna spiegazione facile della sua attrazione irresistibile per la droga, i soldi facili vinti truffando al gioco, la violenza. Vicari ci fa vedere cosa c‘è dietro a fatti di cronaca apparentemente “assurdi” come gli stupri in branco da parte di bravi ragazzi, o l’omicidio di Pietro Maso, senza però fornire interpretazioni psicologiche o sociologiche particolarmente definite. Apre un discorso sul problema morale, che lui riscontra nella società di oggi, che potrà poi essere approfondito ulteriormente. In questo senso, anche se non è un film che affronta direttamente tematiche politiche o sociali, ma si concentra su quelle morali (e proprio per questo ci riguarda tutti molto più da vicino), il suo film è vicino ai pluripremiati di Cannes. Almeno secondo me…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.