La cineteca di Roma ha dedicato una retrospettiva all’opera di Tonino de Bernardi dal 29 al 1 marzo presentando una decina di film che vanno dagli inizi della sua carriera cinematografica, La favolosa storia (’67/’68), al suo ultimo film Medée Miracle (2007). Artista fuori dalla norma, Tonino de Bernardi non ha mai smesso negli ultimi  quarant’anni di fare film con un’energia e uno slancio creativo inesauribili. Il regista ha lavorato da sempre con rigore e ostinazione, senza fare compromessi, restando fedele a se stesso, tracciando il suo percorso, a volte arduo e doloroso, ai margini del  mondo del cinema. Nel corso del tempo il suo cinema si è evoluto e trasformato sia per quanto riguarda le forme espressive che i modi di produzione, ma lo spirito che lo anima è sempre lo stesso: generosità ed entusiasmo, empatia e curiosità di scoperte sempre nuove. Radicato nel vissuto, nutrito dalla magia dei suoi incontri -come quello, per citarne uno, con Isabelle Huppert protagonista di Medée Miracle – il cinema di Tonino de Bernardi è, in primo luogo, un atto d’amore. Ho conosciuto Tonino quest’anno al Festival di Rotterdam, dove veniva proiettato il suo ultimo film. Con la spontaneità e la semplicità che lo contraddistinguono, ci ha riuniti tutti intorno al suo tavolo, quasi fossimo amici di vecchia data, e ha chiaccherato per ore di letteratura e di cinema, di ciò che ci tocca, di Stefan Zweig e del cinema filippino… La nostra, piu che un’intervista, è stata la ripresa di una lunga conversazione.

Una retrospettiva è sempre l’occasione per rivedere, per ripensare a molte cose. Come vedi oggi i tuoi quarant’anni di carriera?

È chiaro che in tanti anni sono cambiato, portandomi sempre dietro me stesso. Soprattutto è cambiato il mio modo di fare cinema: per esempio, quarant’anni fa non avrei mai girato un film come Medée Miracle che ha una struttura direi quasi “classica”. All’inizio della mia carriera cercavo qualcosa che fosse completamente fuori dal cinema nella sua accezione tradizionale e mi esprimevo in modi che apparentemente non appartenevano al cinema non solo rispetto alla durata dei film, ma anche rispetto allo spazio fisico: uscivo dallo schermo, utilizzavo differenti schermi, li combinavo a due a tre.
La mia evoluzione è stata molto personale, anche perché lavoravo in Italia dove, quarant’anni fa, l’underground arrivava dagli Stati Uniti. In Italia non si è creata una tradizione sperimentale. Perciò il mio vissuto è stato il vissuto di chi, partendo dal cuore dell’underground e dello sperimentalismo, ha cercato di darsi uno statuto, di definire una sua identità. Il mio percorso è stato caratterizzato dal bisogno di capire “cosa” fossi, in che misura, cinematograficamente parlando, potevo definirmi italiano.

Dunque per te  fare cinema ha significato “trovare” te stesso?

In effetti sì, ed è così ancora adesso. Senza cinema, io mi perdo. Nello stesso tempo, un’altra voce dentro di me mi dice che la vita dovrebbe bastarmi. Ho tanti affetti, che sarebbero sufficienti a nutrirmi. Facendo cinema non voglio trascurare gli affetti della mia vita, al contrario penso di poter dare di più a chi mi circonda. E infatti  per me è molto importante che le mie figlie, le mie nipoti, le persone che mi sono più care, partecipino al mio lavoro. Del resto, stabilisco un legame di parentela anche con tutti i miei attori e le mie attrici, li voglio con me per amore, per il bene  che provo per loro. Questo mio affetto li trasfigura… ed è stato cosi da sempre.  

La mitologia greca è una presenza costante nei tuoi film. Perchè il mito ha un ruolo tanto rilevante nella tua opera?

Per me il mito è fondamentale, ed è stato importante fin dall’inizio quando facevo cinema underground. Nel ’68 ho fatto un film intitolato Dei a cui hanno participato tutti i miei amici, le persone con cui vivevo. Tutti loro erano per me una sorta di Olimpo, non un Olimpo prezioso, di marmo, ma di persone in carne e ossa. Io sento, al di sotto della nostra vita fatta di cambiamenti continui e di spostamenti, come uno scorrere diverso del tempo, un ripetersi costante di eventi che sono, per così dire, fissati da sempre e per sempre e che rappresentano una costante nell’esistenza umana. Amo fare film tratti dalla mitologia greca, ma diversamente da Pasolini (che amo molto), la mia è mitologia nel presente, con personaggi e storie dei giorni nostri. Ci sono momenti in cui, pur vivendolo profondamente, temo il grigiore del quotidiano, ma lo supero e lo rivaluto proprio avvertendo, al di là della sua banalità, quello che invece è straordinario ed eterno, cioè il mito. 

Nei tuoi film questo aspetto atemporale si combina con un fare quasi documentaristico.

Quest’apparente dualità è importantissima. Quando ho girato Appassionate a Napoli, durante le prime scene per strada la gente della troupe si è messa a bloccare il traffico per cui neanche le persone potevano più passare. Sono rimasto inorridito, mi sono detto: allora perché sono venuto a Napoli se non per captare questo? Non ho più voluto che si bloccasse niente anche se ciò rendeva molto più difficile girare: la gente passava e si fermava a guardare. Non voglio “dominare” ma voglio “documentare” il divenire dei miei film. Non c’è nulla di più straordinario che puntare la cinepresa su un attore in primo piano e vedere dietro la gente che vive la propria vita e la città così com’è.  

Quanto sono importanti, nel tuo cinema, la musica e le canzoni ?

La musica mi appassiona, tutti i tipi di musica. Peraltro anche nella tragedia greca c’erano delle parti musicali cantate da un coro. Le canzoni sono sempre state importantissime nella mia vita, ma in passato ero restio ad inserirle nei miei film: è una conquista degli ultimi quindici anni. Le canzoni sono legate a un’epoca, a un momento particolare, esprimono il qui e adesso. Mi piace che nei miei film ci sia questo elemento, accanto all’atemporalità della musica classica. 

Nel tu
o ultimo film Medée Miracle il “miracolo” è operato dalla forza della poesia. Quanto conta la letteratura per te e per il tuo lavoro?

Amo tantissimo scrivere e amo tantissimo i libri, ma detesto gli scaffali. Un libro sistemato in uno scaffale è come morto. Se fosse possibile, vorrei tutti i miei libri per terra o sui tavoli…  La parola scritta per me è essenziale: i libri mi fanno viaggiare, ogni libro è un mondo. La poesia citata in Medée Miracle è di Anne Sexton, una grande scrittrice che pochi conoscono. Amo molto la letteratura femminile: Virginia Woolf, Christa Wolf, e, fra le italiane, Anna Maria Ortese, che ritengo meravigliosa, e ancora Anna Banti ed Elsa Morante. La Ortese soprattutto mi affascina: mi piacerebbe fare un film con i suoi testi recitati da Iaia Forte 

I tuoi film sono marcati dalla presenza di personaggi che nella vita appaiono come dei perdenti: donne dal destino doloroso e anomalo, figure marginali. Cosa motiva questa tua scelta?

Sono sempre dalla parte dei perdenti, e particolarmente delle donne, perché nella storia sono state sempre oppresse. Ci sono poi delle ragioni autobiografiche per questa mia preferenza. Adoravo il clan femminile della mia famiglia, mio padre stesso era un uomo molto delicato, e io gli somiglio. Vivo profondamente le contraddizioni di chi si trova a essere uomo, avendo però una sensibilità femminile. Secondo me non siamo mai nel posto giusto. Vorrei dare voce a questo malessere: per me sta lì la realtà della vita. Uno dei film che sto preparando, senza sapere ancora se lo potrò girare, si chiama “ I non vinti”. Voglio che nel titolo ci sia la parola “vinti” però accompagnata da una negazione perché la speranza ci fa andare avanti e sperimentare cose nuove. Dicono che io faccio cinema sperimentale: io però oserei affermare che è la vita ad essere “sperimentale”. Vivere significa sperimentare il nuovo, andare verso quello che ancora non si conosce.

Quali sono stati i punti di svolta nel tuo cinema?

Direi Elettra, che ho girato nell’87. Ho seguito per la prima volta una narrazione per così dire “lineare”. E per la prima volta ho chiesto a delle persone di recitare anche se si trattava di un tipo di recitazione non marcata. Nei miei film precedenti chiedevo alla gente di essere se stessa, o tutt’al più di seguire alcune indicazioni molto generali. Elettra è stato per me anche il primo film “ufficiale”, non più underground ma girato per RAI 3. 

In che modo l’uso del digitale ha influenzato il tuo modo di filmare e il montaggio dei tuoi lavori?

Il digitale permette molta libertà quando si progetta e poi si gira un film, e ha una qualità che permette il passaggio a 35mm. Però bisogna fare attenzione: questo spazio di libertà si restringe in modo significativo di fronte alle esigenze della produzione e della distribuzione. In questo contesto il montaggio diventa molto più importante perché esprime la direzione ma esprime anche la necessità di una scelta più precisa ed implica una narrazione diversa. Tuttavia per me rimane sempre fondamentale il momento in cui giro, lì succede veramente tutto. È l’autentico momento della scelta: decidere di posizionare la cinepresa in un certo punto, di avere una determinata angolazione, non è solo una scelta formale ma determina un’angolazione da cui guardare la vita. Nel momento in cui si gira viene fissato qualcosa che avviene lì sotto i tuoi occhi, e che non si ripeterà mai più. Questo è stato per me da sempre un aspetto essenziale del mio lavoro, un fenomeno che considero magico.

Il tuo è sempre stato un cinema elitario, marginale: provi oggi il desiderio di raggiungere un pubblico più vasto?

Si, in effetti è cosi. Nel mio caso succede una cosa curiosa: il mio cinema è diventato quasi aristocratico proprio per il fatto di essere così poco visibile, e questo per me costituisce un autentico paradosso. Non mi ritengo per nulla aristocratico, tanto per le mie origini, che sono molto umili, quanto per il mio desiderio di aprirmi e accogliere il mondo. Tuttavia, accade che il mondo metta queste barriere fra se’ e il mio lavoro,  e il mio abbraccio viene limitato nel momento stesso in cui si dovrebbe produrre. Questo fatto mi fa soffrire: il cinema nasce per me nella sofferenza, ma anche nella grande gioia di esistere, di creare, di incontrare. Per quanto riguarda la distribuzione qui in Italia ho una gratitudine infinita per Enrico Ghezzi e per la sua trasmissione Fuori Orario, e questa è, ancora una volta, un’altra delle mie contraddizioni. Io non guardo mai la televisione, che invece è il mezzo di comunicazione che più di tutti promuove il mio lavoro, e proprio di notte, quando tutto è buio e silenzioso.

Cosa ne pensi del cinema italiano di oggi?

Non lo conosco, ma neppure voglio conoscerlo, mi permetto di dire che non m’interessa, anche se sono italiano e vivo in Italia… non vedo perché dovrei vedere i film italiani solo per il fatto che sono italiano e faccio cinema. Però non guardo neanche i film americani di oggi, non mi interessano neppure quelli, e devo dire che proprio non mi sento male all’idea di perdermi tutta questa roba di cui i quotidiani non smettono mai di parlare, e non guardo neppure la TV… Vado al cinema per scoprire qualcosa che mi appassioni e che mi tocchi davvero dentro. Per me è molto importante la mia ricerca “personale” di un certo cinema. Se facessi l’elenco dei film che recentemente ho visto a Rotterdam e mi hanno colpito, si potrebbe capire come il cinema italiano di oggi non riesca a interessarmi… Vado dai film “pezzi unici” realizzati da attori come Peter Lorre e Barbara Loden (moglie e attrice di Elia Kazan) ai film filippini di oggi, a Meine Mutter, un film sul passato recente della Germania di Rosa von Praunheim, a Rebirth di Kobayashi Masahiro, all’ultimo film di Steve Dwoskin mio grande amico, The sun and the moon, a La maison jaune, un film algerino, a Over here dell’americano John Jost, a Chaos dell’egiziano Chanine, a El otro dell’argentino Ariel Rotter, a Kennedy is getting married dello jugoslavo di Novi Sad Zelimir Zilnik.

E il cinema italiano del passato? 

Per me il cinema italiano del passato è importantissimo: Rossellini, il Rossellini dei film
con la Magnani e con la Bergman e poi Pasolini, ovviamente. Ho cominciato a fare cinema nel ’67 e quando andavo al cinema vedevo Pasolini, Accattone è stato per me una rivelazione. E poi leggevo Pasolini, per me Pasolini scrittore era fondamentale. Amo molto anche Edipo Re e Medea, però mi sento meno vicino ai film del Ciclo della vita, forse per tutti i Boccaccio che sono stati fatti in seguito, e poi si trattava di produzioni talmente grandi che io le guardavo come delle opere mainstream. Ho visto invece Salò solo più tardi, dopo la morte di Pasolini, e sono rimasto annichilito dalla sua grandezza. Mi ha sempre stupito il fatto che all’epoca se ne fosse parlato soltanto in termini di scandalo.

Fra tutti i film che hai fatto potresti citarne alcuni che ti stanno particolarmente a cuore?

Favolosa storia, il primo film che ho fatto nel 67/68 completamente da solo è stato passato in formato digitale in occasione dell’omaggio che mi ha fatto la Cineteca Nazionale, e non lo rivedevo da quarant’anni. Per me è stato uno shock perché mi sono reso conto di aver seppellito tutta una parte della mia creazione: per la critica, diciamo la critica ufficiale, io sono nato nell’87 con Elettra o ancora più tardi con Piccoli orrori del ’94, che è il mio primo film in 35 mm. In realtà io avevo già alle spalle più di vent’anni di un fare cinema direi quasi quotidiano. Quando ripenso alla mia carriera nel suo insieme direi che si divide in due parti: i primi vent’anni di silenzio, di fare nel silenzio e gli ultimi vent’anni in cui ho sempre cercato di “proclamare”  i miei film, di renderli visibili. Fra tutti i miei film vorrei citarne ancora uno che mi sta particolarmente a cuore: Tutto quello che hai che ho girato nel ’98, un anno prima di Appassionate. Il film è ambientato nella Val Pellice e tratta della persecuzione dei Valdesi. Per me è come un gioiello che quasi nessuno ha visto e che mi esprime totalmente.

Cosa ti auguri per il tuo cinema nel futuro ?

Ti risponderò in un modo quasi banale: mi augurerei di trovare delle produzioni, che è poi quello che tutti i registi si augurano. Molti credono che sia io a non volere che altri producano i miei film: in realtà ho sempre lavorato da solo proprio perché le produzioni non volevano me. Vorrei che ci fosse qualcuno che mi vuole: è un desiderio e un’aspirazione che sento fin dall’infanzia. Sono sempre stato un bambino molto gradevole che voleva piacere agli altri perché aveva paura di essere rifiutato. E anche il mio cinema, in fondo, rispecchia questo tratto del mio carattere.Io chiedo agli altri di donarsi a me, ma mi dono anche totalmente attraverso il cinema. Voglio restituire questo dono.

 

                             

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