Il cinema a volte possiede la capacità rara di captare, di individuare il senso di mancanza e di indeterminatezza che accompagna come un’ombra inquieta la vita degli uomini e delle donne e, sempre in alcune occasioni, sa restituirne il vasto e potente respiro. Into the Wild è figlio di quel cinema che toglie il fiato, colpisce al cuore di desideri ancestrali, radicali, rimossi di appartenenza con la totalità del mondo della natura, percepita da un punto di vista sensoriale prima, e spirituale di conseguenza. Christopher McCandless, il vero protagonista della storia, che abbandonò l’agiata famiglia della borghesia americana di appartenenza e cercò una propria identità contro le maschere sociali dentro la parte più nuda ed estrema del territorio di una livida Alaska, viene “adottato” dalle immagini di Sean Penn e, nel corpo e nel volto mutevole del giovane Emile Hirsch, si carica della valenza di altri viaggi, di altre ricerche compiute in nome dell’assoluto.

Il discorso della scelta di un’esistenza alternativa e contrastante è legato a doppio filo con l’ambiente al quale si sceglie di donarsi, abbandonarsi, lasciarsi trasportare e intuitivamente guidare come se si fosse in preda ad un sentimento romanticamente manifestato attraverso la violenza del paesaggio. Ecco perché forse, pensando ad un’anima affine a quella di Christopher, viene in mente il volto tatuato del George Baines di Lezioni di piano, il colono che ha abbandonato l’origine di straniero scopritore e conquistatore per entrare nella dimensione indigena di una tribù maori nella primordiale e sconosciuta Nuova Zelanda del diciannovesimo secolo. Nell’incontroscontro con l’infelicemente maritata per procura Ada McGraw, anch’essa chiusa nella volontà di un mutismo per scelta, Jane Campion celebra un’apertura, uno scioglimento dei nodi e delle tensioni, l’andata e il ritorno tra due poli, quello sensuale dell’amore esploso nella potenza liberatoria della fisicità e quello etico di una tensione alla vita contro pulsioni di autodistruzione e di morte, distante solo geograficamente e per forma narrativa (da una parte il fiammeggiante melodramma, dall’altra il racconto di viaggio e formazione) dalle domande che pone e dalle risposte che cerca Penn nella vicenda di McCandless.
La dicotomia GeorgeAda e il loro integrarsi come corpi e anime può suggerire una condizione successiva a cui porta la spinta propulsiva che ha condotto Chris fino all’interno di un autobus abbandonato nel mezzo di una radura desolata e sconosciuta, una sorta di terra di nessuno.

Ma fermandoci prima, ad un’età che anticipa l’adoloscenza e l’inizio del cammino verso la consapevolezza dell’età adulta, troviamo quello stesso sentimento in una forma ancora cristallina, pura, incontaminato nel volto del ragazzo dei boschi dell’Aveyron, anch’egli realmente esistito, filmato dal magico equilibrio dello sguardo ora tenero ora lucido di François Truffaut ne Il ragazzo selvaggio. Una materia sentita talmente tanto da questo cineasta innamorato dell’infanzia che volle intepretare lui stesso il ruolo di Jean Itard, il pedagogo che trovò il bambino e applicò i suoi metodi educativi per cercare di integrarlo nei meccanismi della società dell’epoca. La constatazione dolorosa e toccante, seppur detta con un linguaggio filmico di asciutezza e rigore, degli ostacoli in questo processo di re-inserimento, spinge nella direzione che, prendendo in prestito il titolo di uno degli album più significativi di De Andrè, posssiamo definire ostinata e contrariara rispetto a quella perseguita dal Chris personaggio e dal Penn cineasta, entrambi indirizzati verso la sconfinatezza e lo smarrimento nell’ignoto, una polifonia di suoni e immmagini, un riversamento di conflittualità che in Truffaut era raccolto nell’essenzialità, nel dettaglio scarno. La capacità di guardare in maniera diritta, lineare, innocente del fanciullo dell’Aveyron che si muove e agisce secondo l’unico modello comportamentale che ha conosciuto – il suo istinto – entra in contatto con il labirintico mondo delle sovrastrutture di cui Itard si fa portatore, espresse inizialmente ancora una volta nella trasformazione di quel corpo ripulito, vestito, iniziato ai riti  della cultura e della società.

La mdp di Sean Penn, dal canto suo, fa rewind su Chris e lo spoglia di tutta una serie di identità – non solo la formalità del nome o lo schematismo di aspettative per il futuro, ma la stessa natura biologica di figlio e fratello – per riportarlo alla condizione di essere umano, quasi animale, puro, incontaminato, per poi ritrovarsi intrappolato nella tutt’altro che ideale concretezza di una prospettiva diversa, un metodo, un orizzonte di valori e obiettivi speculare al tentativo di Itard di riannettere al mondo civile il suo enfant sauvage.
Qui si pone la maturità del Baines colonomaori e dell’Ada muta per scelta della Campion, nel non soccombere al tumulto del dittico naturasentimento ma nel trasformarlo in energia, in un flusso che è comunicazione calata nel reale, capace di distinguere tra l’immagine di Ada catturata in fondo all’oceano neozelandese che spegne la vita e la realizzazione in un rapporto di coppia dove inquietudini e tormenti non hanno una soluzione, ma la voce di una reciprocità. Il viaggio immaginario che potrebbe continuare McCandless liberato dal suo destino senza scampo e l’ultima, struggente lezione d’amore, finalmente percepito come condivisione e non come convenzione, allarga le vedute sui paesaggi luminosi, pacificati, silenziosamente sereni con brividi di rimorsi e riverberi di dolore del meraviglioso Alvin Straight del lynchiano Una storia vera, ormai giunto a una solitudine contrapposta a quella ricerca di pienezza totalizzante di Chris, fatta di accorate messe in discussione del proprio operato, di una saggezza che continua a interrogarsi, a cercare la soluzione migliore, a tentare di fare la cosa giusta mettendo in conto gli sbandamenti, le virate di rotta, rispettando il tempo delle sospensioni.

alvin

Per Alvin fare la cosa giusta significa percorerre tutta la strada che lo separa dal fratello con cui non parla da anni, e che è stato colpito da un infarto, su di un taglierba con rimorchio, rifiutando qualsiasi altro mezzo di trasporto; e questo suo calmo, quieto spostarsi all’interno del paesaggio rurale dell’America, di cui diventa una sorta di continuum nella scansione temporale dei riti della natura, fa piacere proiettarlo come il viaggio di ritorno che Chris avrebbe potuto compiere contro quello più convulso e sincopato dell’andata.
Un excursus sui volti solcati e intensi degli incontri di questo giovane viandante della libertà senza compromessi e in particolare nell’incontro con l’anziano vedovo incisore di cuoio, che pone il rapporto padre-figlio in una semplice accezione di amore, di tenerezza e di cura, sintetizza la possibilità e la speranza del raggiungimento dell’ “altro” con venature nascoste di profondità e complessità quando si tratta dei legami di parentela basilari. Alvin Straight può finalmente introiettare la natura dentro di sè, fare della natura il paesaggio del suo volto rigato, mettere a tacere i fantasmi e i tormenti, alzare gli occhi al cielo e guardare le stelle. Ritrovare il fratello e condividerne l’emozione con uno sguardo. Chris ha dovuto guardare oltre quel cielo, dentro l’allucinazione di un tramonto caldo e rassicurante, per immaginarsi nell’abbraccio dei genitori ritrovati. Peccato l’abbia vissuto sprofondato nell’oceano di una morte silenziosa.

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