Prendi Enea e ti chiedi perché questi fantasmi contraffatti -che non conoscono cosa sia il simulacro, né il perturbante, né lo spettro warholiano, né, ancor prima, il meridiano tragico di Amleto – si permettano di straparlare con arroganza della vita, credendo –en passant– che la bestemmia –ma appunto solo sussurrata, sempre sulla scia del segreto… vecchia cuccia del colpevole-, così come l’atto criminale… -e dai con le finte, irresistibili dicotomie-, siano le trasgressioni che aprono e sdoganano a una visione ipercinica e attualizzante dell’al di là del bene e del male e del nulla metafisico di sorrentiniana maestranza –ma poi abbiamo visto come Sorrentino alla base dell’ossessione per il simulacro di un dio fatto immagine, salvifica, abbia un lutto molto serio e sentito:  E’ stata la mano di Dio è infatti un gran bel film, duro e sincero –qualcosa da dire Sorrentino ce l’ha.  

E per continuare, più analiticamente, nella critica al film di Pietro Castellitto potete leggere qui (Salvatore Iervolino per Napoli Monitor): https://www.monitor-italia.it/sotto-la-superficie-niente-su-enea-di-pietro-castellitto/  

Prendi Povere creature! -che se già fossimo rimasti sul letterale, sul sarcastico (sarcasmo patriarcale), avremmo evitato le chiamate a plotone di inattendibili voli pindarici (“femminismo”!). Film eticamente del tutto errato e prima ancora con un male gaze che grida vendetta -e infatti ha una rozzezza di sguardo davvero elementare. Perché dove sta scritto che il resto di uno stupro, o di un abuso sessuale, te lo risolvi con un “(alla fine) non è stato così sgradevole”. E quando mai un rapporto confusivo (come quello alla base del corpo e della mente di questa finta donna forte) si chiarisce con un programmatico bugiardino di guerra e vendetta e infine di parterre di utili idioti/e compiacenti (e quindi di finta exit strategy dalla vecchia lotta per il riconoscimento). Ed è mai possibile che oggi, dove la domanda urgente è quella di come vedere e come vivere il mondo, si debba assistere a un film in cui non c’è nemmeno una immagine effettivamente reale, cioè una immagine che non sia costruita in studio a scenografia e proiezione della mente autoriferita e patriarcale –in quanto di fatto non c’è relazione- (dello sguardo scopofilo) del regista (male gaze)? Una claustrofobia che infatti ti fa uscire dal film prima della fine, se non sei una masochista. Ed è possibile che questa presa-per-il-culo (del femminismo in primis –si sta parlando anche di una scienza, patriarcale, che genera senza bisogno del corpo di una donna, viva almeno –neanche Hitchcock sarebbe arrivato a tanto…), ammonti a conti fatti al Pil di un paese esistente (e davvero orribile è la sequenza della presa di coscienza della povertà di molta parte del mondo da parte della protagonista). Rossellini, rispetto alle ingiustizie dilaganti, diceva che questa non è mai stata una giustificazione valida a rendersi complice di un’ingiustizia.

Prendiamo, invece, una qualsiasi sequenza di un film di Douglas Sirk. Ecco che vediamo come la verità, il processo di costruzione della verità di un film (facce in chiaroscuro; personaggi che agiscono dentro dei rapporti psicologici e formali complessi e coerenti; scenari esatti con tanto di scale-status e specchi velasqueziani) e di attraversamento delle contraddizioni nella ricerca di una verità da parte di un personaggio, siano sostenuti, prima ancora che su grandi utopie e ragionevoli morali, da quella che Spinoza chiama potenza di esistere e produrre.

E prendiamo poi, tra gli altri, gli sguardi relazionali (potenti, erotici, fragili, analitici, produttivi e sempre dialogici, sempre in rapporto politico con un fuori) di Agnès Varda, Márta Mészáros, Margarhete Von-Trotta, Chantal Akerman, Claire Denis, Jane Campion, Céline Sciamma, Mia Hansen-Love, Justin Triet, Alina Marazzi, Virginia Eleuteri Serpieri, Sara Fgaier, Claudia Brignone (https://close-up.info/torino-f-f-tempo-dattesa-di-claudia-brignone-concorso-documentari-italiani-premio-speciale-della-giuria/), e certe scritture liminali per il cinema di Marguerite Duras.

Il cinema come esperienza, lo dice bene Alice Rohrwacher: “è come quando devi partire per un viaggio e metti nello zaino ciò che ti è familiare e ti serve per stare bene. Io ho messo nel film le cose che conosco. Però è in un viaggio che voglio accompagnare lo spettatore, mica voglio fargli vedere l’armadio delle mie cose”.

Ed è come dire, diciamolo!, di provare a vedere e vivere il mondo cercando di non mentire.

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