Fine luglio, costa ionica, città calda e afosa: cinque giornate di incontri con registi italiani, proiezione dei loro film fuori concorso, e dei cortometraggi – categoria documentario – in concorso.
JEFF – Jonio Educational Film Festival, una manifestazione dedicata al cinema come altre in Italia, se non per una peculiarità che ha caratterizzato dibattiti e vincitori: la giuria. Sessanta ragazzi provenienti da diversi atenei – molti indigeni, emigranti culturali – e facoltà, hanno dato vita a qualcosa che è andato aldilà della semplice prassi “guardo-voto” del bravo giurato.

Con il loro – degli studenti – disincanto, entusiasmo e ingenuità (forse), ogni incontro con registi del calibro di Romano Scavolini, Massimo Andrei, Edoardo Winspeare, si è trasformato in un confronto non edulcorato o reverenziale su svariati temi.
Si è parlato di censura e pornografia come definizione anche della violenza fine a  se stessa con Romano Scavolini (censurato nel ’66 per la  sua opera A mosca cieca, che ha come protagonista unica una pistola) il quale, pur essendo un uomo dall’ incommensurabile egotismo e baluardo del cinema contro, non avendo accettato i tagli richiestigli per “uscire” almeno in dvd, ha preferito non esserci alla  visione del suo ultimo lavoro Le ultime ore del Che, quasi ad aver sviluppato una fobia del giudizio (e quello dei ragazzi sarebbe stato spiazzante quanto le domande).

Stessa atmosfera da “favola  del re nudo”, quando la trasposizione  cinematografica dell’ humus de Il tropico di Napoli di Lanzetta (bibbia per il mondo dei gay partenopeo e non solo) con Mater natura – un tripudio di colore e chiaroscuri che ha come protagonisti un gruppo di transessuali e di “femminielli” in una Napoli ritratta piuttosto dai personaggi che dalla sua topografia – ha incontrato il desiderio questuante degli studenti: fare un film del “genere” implica una tangenza a tale sessualità? Cosa significa essere “femminiello” e qual è il confine che lo separa dalla omossessualità generalmente concepita? Più giù, più in fondo delle Fate ignoranti.
 

Clemenza con Edoardo Winspeare e il suo Il miracolo girato a Taranto: tanti tarantini in giuria.
E tanta Taranto in quei giorni, vista e rivista, filo rosso della manifestazione nata forse  proprio per ubriacare la città e farle dimenticare  un’amministrazione truffaldina, un’Italsider dispettosa, un’economia di buona pesca e cozze nel  mare piccolo – che prende vita nel mercato del pesce -, un turismo distratto da Lecce. Da questa presenza silenziosa della cultura meridionale  probabilmente la scelta dei documentari vincitori, anche da parte di chi di Taranto non era, ma ne aveva subito tutta la malìa.
 

Primo classificato: Giovanni e il mito impossibile delle arti visive di Ruggiero Di Maggio e Gabriele Gismondi (19’). Giovanni era il fornaio di Gibellina Vecchia, nella valle del Belice. Da quando, nel gennaio del '68, un terribile terremoto ha raso al suolo il paese (su cui ora poggia un mastodontico labirinto di cemento), Giovanni e la sua generazione si ritrovano in un nuovo spazio metropolitano popolato per lo più da opere d'arte avanguardistiche non agevolmente interpretabili. Giovanni accetta il suo nuovo paesaggio così come, insieme a molti altri, ha dovuto accettare nella vita una devastante tragedia.
Ironico, tragico, arreso al progresso, se si può definire tale la speculazione edilizia, il contenuto del lavoro. Pezzi dei King Crimson nella colonna sonora “ben dosata”, interpellazione visiva e svelamento diegetico finzionale – ossia il regista in scena – per rendere credibile Giovanni (e il documentario), fotografia con nessun fotogramma superfluo.
 

Altra storia – che è sempre lo specchio della storia di Taranto –  per il secondo e terzo parimerito classificati: Liturgia della bancarella di Simone Salvemini (9') e Affascinatu  di Francesco Vaccaro (8'). Taranta tra i banchi di un mercato pugliese di grande effetto,  ma i venditori che sembrano  attori in pausa, e un messaggio della serie “lavoro duro e onesto, e sacrificio” schiaffato in faccia come vuole un report e non un documentario (e che sarebbe arrivato comunque col fotogramma dello scheletro di un ombrellone a forma di croce), gli hanno fatto meritare quello che ha ottenuto, nonostante i molti sostenitori (i tarantini non esuli? ).
 

Affascinatu è la storia della superstizione che resiste ancora in alcuni paesi. Fotogrammi con uso alternato di zoom e grandangolo mirabili, color seppia che non ne fa un ‘finto francese’, raccontano la storia di un ragazzo che da piccolo ha un incidente, la qual cosa viene vista come un “maleficio”. Purtroppo la sceneggiatura rende difficile far arrivare il messaggio: l’intarsio di una donna che racconta della seconda guerra mondiale tra l’inizio della storia e la sua conclusione, fa perdere il filo del  lavoro. E poi la guerra non è superstizione e ci vuole ben  altro che un piatto con l’olio. Gli studenti lo sanno che la guerra è tutt’altro. 
 

Il JEFF mi è parso il cugino grande del Festival di Giffoni – altra manifestazione cinematografica che ha in giuria ragazzi dai sei ai diciannove anni – in un altro sud  d’Italia. Ancora più profumato di  meridione, perché essendo soltanto alla seconda edizione ha un entusiasmo e una voglia di resistere ai problemi del territorio e della settima arte, e di crescere ancora più evidenti.
Un’osmosi con la giuria. Sì, sarà grazie a questo.

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