Une fleur à la bouche di Éric Baudlaire

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INTERVISTA PARTE PRIMA

L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello (1922), un’opera scritta per il teatro, ha ispirato varie messe in scena teatrali, alcune filmate, tra cui quella memorabile interpretata da un mostro sacro dello spettacolo italiano, Vittorio Gassman. Cosa ti ha spinto ad intraprendere l’adattamento cinematografico di L’uomo dal fiore in bocca?

Ho pensato all’adattamento di questo testo di Pirandello fin dai primi anni ’90, quando per un breve periodo di tempo mi ero occupato di teatro. In quell’epoca avevo recitato in un atto unico di Gertrude Stein, quegli stessi giorni degli amici recitavano, in un teatro vicino al nostro, L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Forse era il 1992, all’epoca c’era un’altra pandemia: quella dell’AIDS. L’uomo dal fiore in bocca è fondamentalmente la storia di un uomo malato, il cui approccio alla vita è condizionato dalla certezza di dover morire presto. Nel ΄92 ricordo di aver pensato che se mai avessi avuto la fortuna di fare un film, forse questo sarebbe stato un buon modo per iniziare adattando quest’opera in un cortometraggio. Ci sono voluti parecchi anni, ma alla fine ce l’ho fatta! (ride)

In Une fleur à la bouche tu apporti all’inizio del film un elemento nuovo che non faceva parte della pièce di teatrale di Pirandello.  Mi riferisco a quella parte documentaria della pellicola girata in un centro logistico internazionale di fiori in Olanda, un’aggiunta singolare, particolarmente interessante.  Potresti parlarmene?

Questa parte iniziale del film è il risultato di un processo in qualche modo inconscio. Qualche anno fa, qualcuno mi ha dato un po’ di soldi per girare qualcosa di molto libero in rapporto al cambiamento climatico e alle questioni ambientali, un soggetto fino ad allora non erano mai stato al centro dei miei interessi artistici. Mi sono chiesto che cosa avevo da dire sulla questione. Poi, leggendo un articolo del New York Times, ho scoperto questo posto in Olanda: mi è sembrato completamente folle. È un luogo dove ogni giorno vengono venduti 46 milioni di fiori.Se vai da un qualsiasi fioraio qui a Berlino, vedrai queste scatole beige in cui viaggiano i fiori. Poi inizi a capire che tutti i fiori, voglio dire la maggior parte dei fiori che compriamo, a meno di non andare in un posto speciale che vende dei fiori selvatici, che si viva a Mosca, a Istanbul o a Dubai, sono passati da questo posto. La maggior parte di questi fiori è cresciuta in Kenya o in Equador. Questo è ai miei occhi un business assurdo. Questo soggetto mi ha toccato perché i fiori in sé sono bellissimi ma il processo che li porta da noi è davvero mostruoso.Quest’idea di potere filmare qualcosa che è allo stesso tempo ipnotico ed affascinante, bello e orrendo, mi è sembrata interessante, così sono andato in Olanda con la direttrice della fotografia Claire Mathon, con cui ho lavorato su diversi film, e abbiamo filmato questo posto. Questo è successo, credo, nel 2018. Ma una volta girato questo materiale, non sapevo cosa fare con tutto ciò.È stato solo mesi dopo, in modo fortuito, mentre ero in Senegal a dare delle lezioni di cinema con un gruppo di studenti con l’artista John Akomfrah, che nel bel mezzo di una sessione ho avuto una specie di flash.  Mi sono ricordato del testo di Pirandello che era nel mio cassetto da quasi 30 anni e ho pensato che sarebbe stata un’associazione interessante: da una parte l’epitelioma, il “fiore” in bocca di PIrandello causa della morte di un uomo e, dall’altra, questo mostruoso commercio di fiori che sta potenzialmente uccidendo il nostro pianeta. Forse, ho pensato, questi due aspetti potrebbero essere associati in un insolito dittico cinematografico.Poi, tornato a casa, ho riletto L’uomo dal fiore in bocca e mi ha colpito il modo in cui quest’uomo, con questo epitelioma in bocca, se ne va in giro ogni giorno a osservare il mondo e a guardare il lavoro delle persone. Quest’uomo per me ha uno sguardo cinematografico sul reale, quest’osservazione gli permette di mantenere un po’ di più la vita che gli è rimasta.Ho sentito che c’era qualcosa di bello in tutto ciò. Ho pensato che questo testo di Pirandello si potrebbe leggere quasi come un trattato sul cinema, addirittura come un testo dei primi tempi sul cosa può essere il cinema. Partendo da questa premessa ho sviluppato l’idea di un film che avrebbe mostrato due proposte, due prospettive diverse unite dalla figura del fiore.

Potresti parlarmi del modo in cui hai adattato il testo di Pirandello per il tuo film?

Il testo che ascoltiamo nel film non è una trascrizione testuale di quello Pirandelliano. La prima metà del testo è stata adattata da Anne-Louise Trividic, una sceneggiatrice meravigliosa e anche una grande adattatrice.  Anne-Louise ha adattato molte opere letterarie per lo schermo.  In un primo momento le ho dato il testo di Pirandello e due ore del documentario sui fiori che avevamo girato in Olanda da visionare. È proprio a partire da queste immagini che alla fine è nato il suo adattamento. Per esempio, nel suo testo Pirandello parla di qualcuno che sta impacchettando un regalo, ma nell’adattamento vediamo veramente qualcuno farlo all’inizio del film in un negozio di sera a Parigi. Quando arriviamo alla metà del film e alla parte centrale della conversazione fino praticamente alla fine della pellicola invece, quello che sentiamo è il testo originale di Pirandello, semplicemente trasposto nel mondo di oggi.

Vorrei che tu mi parlassi del cast di Une fleur à la bouche. Forse per un pubblico non francese non è evidente che hai fatto un casting molto audace. Uno dei due meravigliosi protagonisti è un attore di professione, Dali Benssalah, al quale hai offerto un ruolo molto diverso da quelli per cui è ingaggiato di solito. Credo che tu gli abbia reso giustizia offrendogli questo ruolo. Il protagonista principale invece, non è un attore non professionista ma un musicista molto famoso e una sorta di figura paterna per tutta una giovane generazione di rapper francesi: sto parlando del rapper franco-maliano Oxmo Puccino.

La questione del casting è diventata subito fondamentale perché il testo è importante.  La scelta del cast è stata dunque dettata dalla domanda sul chi potesse portare questo testo. Ho fatto alcuni provini con attori professionisti, sia di teatro che di cinema, ma non ero mai soddisfatto. L’idea di Oxmo Puccino la devo a Sylvie Pialat che è la mia produttrice e che ha un enorme esperienza in materia di recitazione e casting. Silvie aveva appena fatto parte di una giuria per 10 giorni, al Festival di Deauville insieme a Oxmo.  Oxmo non aveva mai recitato prima, ma è un musicista e poeta hip hop della prima generazione in Francia, una sorta di figura paterna, come dicevi, per le generazioni future del rap francese ed è una persona straordinaria. Dopo avere trascorso una settimana con lui Silvie Pialat mi ha scritto un’e-mail di una sola riga dicendo: “Nella mia testa sto pensando a Oxmo Puccino!”. Quando ho letto l’e-mail ho subito pensato che fosse un’idea geniale. Tre giorni dopo stavamo seduti insieme:  Oxmo ha letto il testo e io l’ho filmato. Ricordo di aver pensato: questo è  ciò che cerco. La sua presenza era esattamente quello che volevo, un qualcosa che non era né teatrale, né puramente cinematografico. Per il film volevo che Oxmo fosse in grado di riprodurre la spontaneità di questa prima lettura del testo.Il lavoro che abbiamo fatto in seguito insieme è stato proprio quello di cercare di tornare a quella prima lettura che, in un contesto cinematografico, è ovviamente molto diversa perché bisogna imparare il testo a memoria per poterlo recitare, inoltre ci sono la cinepresa e luci. C’è stato parecchio lavoro da fare per riuscire a ricreare quel modo molto naturale di parlare che Oxmo aveva avuto alla prima lettura del testo. Dopo avere fatto questo film Oxmo è stato ingaggiato per dei nuovi progetti cinema e di teatro, Une fleur à la bouche gli ha aperto delle nuove prospettive!

Il secondo ruolo, quello del cliente del bar, è interpretato da Dali Benssalah, che forse hai visto nel ruolo del cattivo nell’ultimo film di James Bond. Dali viene soprattutto ingaggiato per interpretare dei film d’azione o di guerra.  Il ruolo del cliente nel mio film è davvero molto difficile.  Il testo è quasi un monologo se pensiamo che quasi il 90% è portato da una sola figura, ma in realtà è un dialogo e deve essere un dialogo per funzionare, perché altrimenti, se questo personaggio non esistesse anche con poche righe di testo, non ci sarebbe equilibrio nella piece. Dali Benssalah è in grado di far esistere questo personaggio in modo complesso con pochissime battute.  Per me ha una presenza molto forte,  forse questo è uno dei motivi per cui di solito interpreta dei ruoli da duro al cinema. Per me è molto più interessante proporre agli attori dei ruoli contrari a quelli che vengono loro offerti di solito. È molto più divertente e, hai ragione, è anche un modo per rendere giustizia al loro talento, inoltre tra Oxmo e Dali c’è stato subito un ottimo feeling e questo era molto importante!

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