Quando ho visto Belluscone la prima volta l’ho trovato geniale -non ci riflettei molto su ma la sensazione fu che fosse “geniale”.

Quando, tempo dopo, un mio amico mi ha mandato un messaggio sul film appena visto definendolo “una cosa  geniale” e al quale ho risposto: è vero! Assolutamente geniale!, be’ a quel punto ho cominciato a interrogarmi mentalmente su cosa intendessi per geniale, parola spesso usata impropriamente.

 

Non ho voluto fare ricerche specifiche, inizialmente, ma ho provato a fare una personale speculazione sul termine, applicato in questo caso ad un film, anzi a un documentario, molto particolare, anzi, addirittura geniale….

 

Un genio è colui che stupisce (la prima caratteristica del genio è la sua capacità di generare stupore) innanzitutto per la sua capacità di andare oltre il convenzionale, ossia di apportare innovazioni fino ad allora impensabili ad una opera che si supponeva avesse raggiunto una maturità non suscettibile di miglioramento. Questo sembra avere senso, considerando la particolarità del genio inventore (di nuove forme, di nuove macchine, di nuove idee ecc,), una sorta di caso particolare della prima categoria, intendendo che anche quando si intraprende in modo radicale una nuova strada, considerando la vecchia come incapace di condurre a mete che in gran parte non siano già state consumate, ebbene si deve conoscere molto bene la vecchia strada, perchè è questa conoscenza che consente di compiere dei balzi in avanti del pensiero per disegnare la nuova via.  

 

Immagino che gli studiosi di arte, di matematica, di filosofia, di letteratura di fisica, di scienze in genere, possano intravedere già le ingenuità e le approssimazioni contenute in questo pensiero, e che si possano facilmente indicare casi di personalità geniali ma ignoranti confutare, distinguere e così via. Ma li tranquillizzo, non voglio profanare sterminati campi di studi profondissimi con le riflessioni dell’ultima ora, voglio solo cercare di capire perché, nel linguaggio che adoperiamo, le convergenze su alcuni termini siano spesso significative di una strutturazione semplificatoria per la costruzione di un quadro interpretativo condiviso, e ciò senza voler entrare nel  campo  della linguistica e della semiologia. Voglio solo capire, insomma, perché il mio amico ed io abbiamo definito “geniale” un documentario, sicuramente intelligente, acuto, divertente, amaro,  profondo, sincero, interessante, bello e, forse, anche geniale.

 

 

 

 Il regista, Franco Maresco è noto soprattutto per essere l’autore, insieme a Daniele Ciprì, della trasmissione cinico tv” andata in onda su RAI tre qualche anno fa, oltre a diversi film noti ai cinefili. Già allora ci fu qualcuno che definì la serie geniale, profondamente innovativa e per questo anche disturbante. Corpi deformi, solo maschili, nudi, folli, esposti nel loro brutalismo, movimenti arcaici, acqua, suoni stridenti e silenzi in un procedere sincopato, una sorta di composizione video-art  moderna, e che sarebbe interessante ripercorrere per ritrovare nel meno stridente Belluscone quei frammenti di senso esposti allora con apparente ermetico vigore. Questo forse non è sufficiente a definire un’opera geniale, ma sicuramente è un qualcosa che ha generato stupore anche se non da tutti condiviso.

 

 

Ma concentriamoci adesso su Belluscone. E allora ecco che tutti quegli elementi prima intravisti, si fondono in questo film documentario con una maturata capacità di descrivere la realtà quale essa è e, soprattutto, appare.  Lo scarto che Maresco fa compiere all’opera e che la proietta nel territorio iperuranico della genialità delle idee, consiste proprio nella contaminazione e mescolanza concreta dello spirito dell’artista,  la sua propria carne e i suoi nervi,  con la carnalità degli altri. Dove gli altri sono i protagonisti di quell’intreccio di sangue, di bellezza oscura e arcaica se vogliamo, di vitalità prorompente  che affonda le radici nella terra concimata dai morti ammazzati,  in quell’humus mafioso dove i cantanti neo-melodici, popolarissimi nella realtà assordante e violentemente cromatica delle suburre sconvolte, hanno il compito di far giungere messaggi ai rinchiusi in carcere e compongono inni a Berlusconi, votato in massa dal colorito popolo mafioso,  che in questo caso ha intrapreso una vera e propria identificazione nella sfrenatezza e nella sin-patia comunicativa con il capopopolo affiliato;  eh sì, perché anche questo è importante: il patto di sangue deve consumarsi secondo le ritualità arcaiche degli spiriti pagani -impersonati con impressionante veridicità- e cioè secondo la realtà concreta messa in scena dai sacerdoti del profano, dal sommo artefice e custode di questi riti, dal condannato  Marcello Dell’Utri, assiso su un vero e proprio trono dorato su sfondo nero.

 

È incredibile, ripeto incredibile, quello che Maresco è riuscito a mostrare; è geniale, rivelatore e sconvolgente. Dell’Utri, l’antagonista della giustizia, si presta –inconsapevolmente?- a questa rappresentazione che nel suo delirio raggiunge effettivamente  le vette  dell’arte. Si perché qui è disvelata, in un modo del tutto inaspettato,  una verità universale, è svelato il percorso dell’umanità nei meandri nascosti della propria anima, che fonda nel mito e nella tragedia dell’esistenza la profonda ragion d’essere, ossia di quello che la ragione pratica non riesce a penetrare ma solo a descrivere in pagine e pagine di dossier, di sentenze di tribunale, di inchieste su morti, corruzione, violenza, di propositi di azione purificatrice. Penso allora ad Anime nere, di recente visione, e alla tragedia romana di mafia capitale, la cui persistenza sta venendo meno proprio perché addomesticata dalla chiave dell’attualità.

 

E che dire di Ciccio Mira, l’impresario mafioso dei neomelodici, che alla fine del percorso si ritrova anche lui in carcere: la rappresentazione della realtà è la realtà stessa nel suo divenire fuse in un unicum di dissacrante comicità. Geniale!

 

Ora un’ultima riflessione sul personaggio Maresco, sulla costruzione del film-documentario e sul ruolo svolto da Tatti Saguineti, una sorta di Virgilio investigatore nell’inferno di Palermo alla ricerca del suo amico, Franco, introvabile.

 

Avevamo accennato alla capacità del regista, dovuta probabilmente alla sua storia personale e cioè situata,  locale, di penetrare il mondo dell’oscuro non solo con la ragione ma soprattutto con lo spirito/corpo e con le sue ombre, ossia le angosce e la depressione. Sembra dunque che Maresco abbia offerto se stesso sull’altare della rivelazione, che abbia, al pari di molte personalità geniali, accettato lo strazio della sua anima per seguire fino in fondo la luce di verità che si veniva rivelando a partire dall’intenzione di fare un documentario inchiesta sui rapporti tra Berlusconi e la Sicilia. E sembra, infine, che questa luce sia diventata accecante anche per chi assiste al film.  

 

Tatti Sanguineti, come un accompagnatore disincantato, ci guida in questo magma creativo e la sua presenza è necessaria per non ingenerare un senso di sconvolgimento troppo acuto, quasi insopportabile, in chi genio non è e deve accontentarsi di ritrovare un senso di unicità stupita sepolta in ognuno e con il quale possiamo solo confrontarci sul terreno dell’emozione, dello stupore che appunto suscita.

 

One Reply to “BELLUSCONE, il genio e l'attualità -riflessione a posteriori”

  1. Onore a Franco (e a Vincenzo/e al compositore della locandina del film)!
    Stupendallegra (dis)agiografica bellusconiana, che fa quasi sorridere (sempre meno convinti) dell’impagabile circospetto cicciomira, pure lui come il nano-b giudicato se non dalla storia dai tribunali, per finire ‘ospite dello stato’ dopo tante buone azioni a favore degli ospiti medesimi e Famiglie loro. Un sorriso verdeamaro, nutrito di atra bile, poichè si apre nel di lui mondo in bianco/nero, privo di gusto e armonia di suono testo o movimento, poichè si storce ormai davanti molti degli atti pubbliciprivati, culturali, commerciali pubblicitari di largo consumo, soprattutto televisivo. Saltellante cinico ottimista e farfugliante come un ciccio un brunetta un bossi un dellutri qualsiasi, b. ha brillantemente sedotto e impalmato una sua pari italaida bellusconìa (di caproniana più che musiliana memoria), che alla fine gli/ci ha donato uno fputacchiante figliolo tanto furbo da parere scemo : il grande resistibilissimo inarrestabile renzie.
    PS/a completare la efficace recension di V, vedansi sul Manifesto Piccino e Momo (rispettivamente 3 e 20 settembre 2014/Alias dedicato alla Scozia e all’invasione dei bellusco[ico]nici ultracorpi)

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