Vi proponiamo un articolo che si distacca dai soliti della nostra rivista, che non è prettamente di cinema, perché forse come noi, anche voi, sentite il bisogno di capire la complessità di questo tempo storico che viviamo, e magari avete voglia attraverso questa lettura e la conoscenza che ne scaturisce, di indignarvi insieme a noi.

Sabato 29 ottobre, Roma. In occasione del salone dell’editoria sociale 2011 Zygmunt Bauman ha tenuto una lectio magistralis dal titolo Quali sono i problemi sociali, oggi?.

Quella che segue è una relazione riassuntiva dell’intervento di Bauman che con sorprendente lucidità legge gran parte delle nostre inquietudini quotidiane.

Se Bauman cede il passo all’analisi e lì si ferma, a noi tocca proseguire con una sintesi per cercare di coinvolgere il nostro presente e soprattutto il nostro impegno umano e intellettuale.

Come ci siamo trovati in questa situazione? E’ sicuramente più facile analizzare le cause del passato che ci hanno portato a questo presente che prevedere cosà succederà nel futuro a causa di questa situazione.

Nell’attuale crisi ci sentiamo persi nella consapevolezza che i vecchi metodi non funzionano più, ma i nuovi metodi non ci sono ancora noti.

Questa crisi è il prodotto degli ultimi 30 o 40 anni di un’incessante deregolamentazione dei mercati, del movimento delle merci, dell’economia, etc. In passato, la speranza era che aumentando la competitività di mercato sarebbe cresciuta anche la ricchezza, tanto che tutti avrebbero avuto pane.

In pochi anni anche il terzo mondo sarebbe stato sfamato. Ma così non è stato.

E’ ciò che quelli di Occupy Wall Street stanno dicendo con molta chiarezza: l’1% della popolazione americana si è arricchito con la crescita della produzione e del reddito, mentre il restante 99% non ha partecipato a questa ricchezza o ha visto il proprio reddito diminuire.

Questa ricchezza è stata propagata all’interno del capitalismo senza essere soggetta ad alcun vincolo. E’ stato lasciato libero e senza argini. Faccio un esempio. C’è una metafora molto efficace, quella delle terre vergini. Queste terre se messe a coltura possono generare un enorme profitto, poichè essendo vergini sono molto fertili, ma se sono messe a coltivazione selvaggia i profitti andranno a scendere. Questa è una legge economica chiamata “legge del ritorno in calo”. Ci sono dei limiti ai profitti che si possono ricavare mettendo a coltivazione una terra. La storia del capitalismo è la ricerca continua di terre vergini per portarle ad esaurimento.

10 anni fa non vedevi la gente passeggiare in strada con le bottiglie d’acqua a meno che non eri nel deserto. Oggi invece è obbligatorio uscire di casa con la bottiglietta d’acqua. All’aeroporto la lasci perché sei costretto al cheek in e poi la ricompri subito dopo.

La vita degli individui viene così mercificata e può essere considerata come una continua ricerca di terre vergini da conquistare economicamente.

Il problema della verginità è che la si perde una volta sola.

Una volta che la verginità non c’è più la questione è finita, questo vale anche per le terre vergini: una volta esaurite non daranno più profitto quindi la quantità di ricavo che possono generare è limitata a un esaurimento.

Tre anni fa è avvenuto il collasso del credito e tutt’ora si fa sentire in termini di aumento della disoccupazione o di persone che perdono la casa.

Ma come è potuto succedere?

Trenta anni fa ci fu chi trovò questa terra vergine: persone non indebitate che spendevano i soldi che avevano, che non utilizzavano la carta di credito ma il libretto di risparmi. Queste persone non spendevano quello che non avevano guadagnato. A quel punto l’idea era capire come convincerli a passare dal libretto di risparmi alla carta di credito. Sarebbe a dire di convincerli ad avere nuove forme di reddito che si sarebbero poi risolte in un debito da pagare da quel momento e per tutta la loro vita attraverso interessi.

In Inghilterra c’era una pubblicità che diceva più o meno così: se vuoi, non aspettare. Se vuoi qualcosa valla a comprare e poi penserai a come pagarla. Ma ovviamente le banche non volevano che le persone ripagassero il proprio debito. Un tempo chi non pagava era perseguitato e anche picchiato dagli aguzzini inviati dagli usurai. Le banche invece oggi non hanno alcun interesse affinché si estingua un debito. Se una persona è indebitata per loro genera profitto. E anzicchè mandargli un aguzzino gli mandano una lettera in cui gli proprongono di indebitarsi ulteriormente per pagare il precedente debito. Fino al punto che avviene quello che è successo negli Stati Uniti: è stato concesso credito a tutti quelli che lo potevano pagare e anche a quelli che non lo potevano pagare.

Ancora più cupo degli effetti della deregolamentazione dei mercati è la risposta che lo stesso mercato ha prodotto: tutti noi, quel rimanente 99% di cui parla il movimento di Wall Strett, siamo resi incapaci di affrontare nuove sfide.

Per affrontare i problemi sociali ci si affida alle capacità, risorse e talenti individuali. Come? Comprando la felicità attraverso il benessere commercializzato, i consumi. Fare shopping, soddisfare il desiderio di possedere. Sarebbe a dire che a fronte di ogni sofferenza, di ogni problematica, di ogni sconforto, l’unica soluzione è quella di consumare. Perfino la ricerca della felicità è stata commercializzata, al punto che l’unico modo per essere felici è quello di comprarsi qualcosa: in questo modo si produce un’esperienza accelerata di felcità. Perfino i nostri impulsi sono stati da questo punto di vista commercializzati.

Anche nelle pratiche quotidiane, nel modo di affrontare la vita. Se sei fortunato e hai un lavoro devi pensare continuamente a come conservarlo. Essere costantemente vigile, altrimenti lo perderai. Questo significa che devi ripetere le tue performance e riproporle di continuo perché non basta una performance per assicurarti il lavoro, ma un processo  che devi ripetere in continuazione. Andiamo in giro con il computer e il telefonino sempre in tasca perché bisogna sempre poter ricevere la telefonata del capo. Non ci sono più orari e la nostra disponibilità deve essere costante e competitiva.

Se bisogna dedicare così tanto tempo a difendere il proprio lavoro allora tralasci i rapporti con gli altri, con la tua famiglia, con i tuoi amici, con i tuoi figli.

Hai sempre meno tempo quando torni a casa per parlare con i tuoi figli,
per parlare con loro di com’è andata a scuola, dell’ultimo bullo che gli ha creato problemi o dei voti che hanno preso. Non si ha tempo per i figli allora ti vengono i sensi di colpa perché siamo creature morali. Il senso di colpa genera dolore. E come si placa questo senso di colpa? La colpa come ogni dolore si placa con i tranquillanti. Compri tranquillanti per te e per i tuoi: acquisti grandi regali ai tuoi figli per placare il senso di colpa. Meglio se qualcosa di costoso.

La stessa logica vale anche per le relazioni coniugali. In generale questi rapporti si stanno indebolendo sempre di più. Fino a 30 anni fa il 60% delle famiglie si incontravano per cucinare e mangiare, per ritrovarsi insieme. Oggi è il 20% a farlo, forse per l’Italia e la Spagna ci sono dei casi diversi, soprattutto per l’Italia meridionale.

In generale abbiamo una condizione in cui le società sono sempre più individualizzate, questo significa non poter fare affidamento a quella rete comunitaria in cui si viene immersi e quindi siamo sempre più incitati al consumo. Meno ascoltiamo ciò che il nostro partner ha da dirci, più siamo vulnerabili alla commercializzazione continua.

Qual è il risultato complessivo di questo indebolimento dei legami umani e di questa crisi di fiducia che tutti ci troviamo a vivere? Siamo circondati da concorrenti e non da amici che ci possono aiutare in caso di necessità. Questo vale per tutti.

Sei stato fortunato a scampare un licenziamento, ma ne senti parlare continuamente in giro. Le tue giornate sono ancora felici, ma ti chiedi quando verrà il tuo turno. Quindi magari di notte ti agiti per questo. Che succede se domani la mia società si fonde con un’altra e decidono di licenziare tutti? Se ne deduce che ormai la questione non riguarda più una parte della popolazione o quei soggetti più deprivati che vivono nella povertà, ma si estende a tutti, a quel 99% di cui parla il movimento di Wall Street.

40/50 anni fa una parte della popolazione era sfruttata e il problema sociale era questo, lo sfruttamento della classe operaia. Oggi la classe operaia è diminuita, non possiamo più dire che il problema sia questo. 30 anni fa in Inghilterra la classe operai contava quasi 8 milioni di persone adesso ne conta meno di 2 milioni. Questo significa che si è passati dal proletariato al precariato.

Vivere nel precariato significa vivere una situazione costante di terremoto. La terra dotto i piedi trema, ti aspetti una catastrofe, ma non sai come e quando arriverà.

Il primo effetto che questo genera é una sensazione d’ignoranza. Non sai come agire, quali sono gli attori in gioco e come fare per evitare di trovarsi in condizioni spiacevoli.

Il secondo effetto è che anche se lo sapessi il perché ti trovi così, ti sentiresti comunque impotente. Le tue capacità personali non sarebbero comunque sufficienti per superare questi problemi. Il senso d’impotenza genera la terza tragedia. Anche se sai di avere ragione o torto ad avere un senso d’impotenza, non potrai fare a meno di avere un crollo di autostima. Ti sentirai troppo pigro, ignorante e incapace per cercare di risolvere i tuoi problemi. E’ questo è il terzo flagello.

Che cosa c’è oltre questi territori di disperazione in cui ci troviamo a vivere?

I cosiddetti indignados sono il prodotto di questa frustrazione.

Se io prendo atto della mia incapacità come individuo di affrontare questioni che vanno oltre il mio potere, allora cerco altre forme. E io penso che questo movimento sia proprio l’espressione di questa frustrazione che è innanzitutto frustrazione contro le incapacità dello Stato.

Quando ero giovane ci si poteva scontrare sul che cosa andasse fatto, ma una volta che avevamo individuato cosa non andava si presentava il tutto a qualcuno che sapevano l’avrebbe fatto, si presentava allo Stato.

Che cos’è lo Stato? Lo Stato è potere e politica.

E’ il potere di fare ciò che la politica decide di fare.

Il potere dello stato è evaporato nel cyberspazio e quello che è rimasto è una politica locale priva di potere.

Adesso c’e da una parte un potere che non è vincolato alla politica e dall’altra una politica che soffre della mancanza di potere. Quando le persone si accampano come fanno gli indignados è per creare un laboratorio, per cercare di capire quale possa essere la forza alternativa che sia in grado di rimpiazzare l’impotenza dello stato. Gli indignados non ritengono che questa forza venga dai partiti o dai leader politici o dai governi. Loro non sono in grado di dare queste risposte. Loro non sono la soluzione. Gli Indignados vogliono qualcosa di altro.

C’è un punto interrogativo.

Indubbiamente ciò che stiamo vedendo è l’emergere di nuove istanze da movimenti popolari. E questo l’abbiamo visto con la primavera araba. Ma oggi siamo a novembre e l’estate araba non l’abbiamo vista.

Che cosa abbiamo imparato da questa esperienza? Che cosa abbiamo visto? Abbiamo visto che le persone sono scese in strada e sono riuscite ad avere successo laddove volevano sbarazzarsi di un ostacolo specifico e immediato che si chiamava Mubarak, Gheddafi, Ben Alì. In questo vediamo movimenti che si sono dimostrati potenti nello sgombrare il terreno da costruzioni che impedissero il conseguimento di ciò che si voleva. Quello che non é chiaro è se queste persone, se queste forze saranno in grado di costruire quel “qualcosa di altro” in quel nuovo edificio di cui abbiamo bisogno.

È proprio dunque direi l’incapacità di definire e trovare questa nuova “agenzia” efficace che ci possa portare verso un’altra forma di società, che è a mio avviso il problema sociale che affligge la nostra Società.

 

A quanto pare, il grande Bauman e molti suoi colleghi si fermano tutti sullo stesso punto, alla soglia dell’agire e dell’indicare una strada percorribile.

Certo è che la consapevolezza degli errori del passato dovrebbe indurci almeno per esclusione ad orientarci in una direzione invece di un’altra.

Ma se bastasse l’esperienza probabilmente non saremmo a questo punto.

Ecco allora che si può fare un passo avanti attraverso l’ascolto della gente e delle idee che vengono proposte dagli indignati.

Per la prima volta nella storia delle contestazioni, più che rivolgersi alle istituzioni, durante le manifestazioni si sono prese di mira le banche.

Gli istituti finanziari sono bersagli della cyber-rappresaglia di questi ultimi anni.

Loretta Napoleoni ha scritto un libro, Il contagio, in cui cerca di mettere a fuoco la vera novità di questo momento storico e cioè la rivoluzione Web 2.0. Vi proponiamo di seguito un estratto come sintesi per meglio comprendere le proposte degli indignati, che probabilmente rapprese
ntano l’unica risposta concreta per il nostro futuro.

“Come nel Nord Africa la contestazione europea si attua grazie alla moderna tecnologia. «La rivoluzione è pacifica perché, per la prima volta nella storia, le immagini sono più efficaci delle armi convenzionali» afferma Javier, un giovane portoghese. Ma la moderna tecnologia influenza anche la struttura di questo movimento che è assolutamente orizzontale. Impossibile trovare un leader, una voce «ufficiale», difficile anche scoprire i cognomi dei partecipanti. Gli indignati  parlano all’unisono attraverso milioni di voci cibernetiche. Lo strumento è l’assemblea permanente, ben diversa da quelle del ’68, e del tutto simile invece a chat o blog virtuali: poche frasi, sintetiche ma efficaci, proposte concrete, da attuare in modo rapido ed efficiente. Messaggi facili da comunicare in 140 battute su Twitter. Questo tam tam denuncia il Patto dell’euro, che impone ai Paesi deficitari europei grossi tagli alla spesa pubblica. Un accordo, si legge nelle frasi che circolano vorticosamente nel Web e sugli smartphone,che la società civile non vuole perché delega al Fondomonetario, alla Banca Centrale Europea e alla Banca Mondiale la gestione delle finanze dei Paesi deficitari, mettendo praticamente in mano loro il destino di intere nazioni. Ecco l’ennesima manovra per salvaguardare gli interessi dei giganti finanziari a discapito della popolazione, denunciano gli indignati. Quale l’alternativa? Far  pagare chi si è arricchito grazie alle bolle finanziarie e all’economia dell’illusione del benessere. E spulciando i documenti messi in rete o seguendo il dibattito su Twitter ci si accorge che questo movimento un programma concreto c’è l’ha. La scure fiscale, prima di cadere sulla testa delle nuove  generazioni o di chi le mantiene, farebbe bene ad abbattersi sulle pensioni dei parlamentari, sui loro privilegi, sui patrimoni immobiliari dei ricchi della globalizzazione, che non possono essere nascosti nei paradisi  fiscali. Anche le fondazioni a nome dei politici e pagate con l’erario pubblico devono scomparire.”

3 Replies to “Bauman, gli indignatos e la lezione sul nostro presente”

  1. …e mentre all’auditoirum il mondo dell’immaginario sfilava sul red carpet, a testaccio uno dei più grandi filosofi viventi parlava di quello che accade nella vita reale…..

  2. Finalmente qualche giorno fa ho letto, sorseggiato, masticato l’articolo sulla Lectio Magistralis tenuta da Bauman. Un’analisi interessante e condivisa, anche se credo siano da esplicitare possibili risposte, strade percorribili, soluzioni verosimili, oltre lo specchio nudo della visione….
    E’ vero, non ci sono più leader di riferimento, questa può essere però colta come una vera e propria autentica opportunità, qualora i forum , le chat, il mondo web 2.0 vengano utilizzati come concreti, seppur virtuali, luoghi di Ascolto, scambio, condivisione dei differenti punti di vista, andando oltre una limitante espressione individuale! Solo nel confronto costruttivo e fecondo, in cui si valorizzano le diverse prospettive, la comunità può crescere come un insieme vario e ricco di uomini e donne, per-sone che dunque “sono-per” l’altro e non come un agglomerato uniforme ed informe di individui separati e soli alla ricerca di una realizzazione conquistata coi propri esclusivi soddisfacimenti: sia effimeri, sia anche di connotazione spirituale. Credo infatti che qualsiasi dimensione dello spirito che non contempli il “noi” come un insieme rispettoso di ogni “io”, ma si fermi appunto limitatamente all’“io” come unico soggetto di riferimento, non sia se non un’illusione effimera portatrice di vuoto.
    Sperimento ogni giorno nel mio lavoro( insegno in una scuola media) la bellezza delle persone nella loro irripetibile unicità e benchè colga il rischio di un ingannevole egocentrismo, così pubblicizzato dal mondo, so ancor più l’inestimabile potere di una coscienza attenta, sensibile, che collabora per un Bene che la supera e che lei stessa contribuisce a costruire nel suo quotidiano. E la coscienza attenta si forma attraverso la testimonianza autemntica. Beh, di lavoro ce n‘è! Impegnativo, ma entusiasmante!
    Buon Cammino a tutti allora, me per prima insieme a …Noi, nel qui ed ora di ogni giorno!
    Ancora grazie e a presto carissima, buon Presente!
    Claudia

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