Vi proponiamo un altro brano video dell’intervista a Elio Germano che è durata circa un’ora.  Scarica l’intervista per intero o leggila on line.

 

Il successo è l’aspetto che meno gli interessa: Elio Germano si presenta all’intervista in un pomeriggio afosissimo, di ritorno da Cannes, con alle porte la premiazione dei David di Donatello. La nostra conversazione dura circa un’ora. Ci racconta le sue origini, la situazione in cui versa il cinema italiano, i progetti futuri e alcuni aspetti del nostro tempo. E’ sempre importante conoscere i personaggi del cinema italiano, ma in questo breve incontro ci s’innamora ancora del nostro cinema e del fare cinema in generale.
La freschezza di Elio Germano conquista e viene voglia di un cinema migliore, non nei contenuti che già ci sono, ma nella divulgazione, nella sperimentazione. Viene voglia di fare veramente cinema, di gridare ancora una volta che l’Italia non è una provincia americana e che non vogliamo rinunciare al grande schermo per industriarci nella televisione dell’urlo.
Elio Germano, classe 1980, è tra gli attori italiani migliori del momento, speriamo che resti tale, nel talento e soprattutto nella capacità che ha di ricreare “un’attrazione”, un po’ sopita forse, verso ciò che è importante per noi e per la nostra conoscenza, il Cinema.

 

Nel vederti recitare ci si dimentica spesso della distanza che si crea tra il personaggio che interpreti e il pubblico. Pur riconoscendo che ci sono molti talenti nella tua generazione, in te – nei tuoi gesti, nei tuoi atteggiamenti – probabilmente c’è una forte dose di umanità che genera familiarità con i tuoi personaggi. Come si arriva a questo? chi è Elio Germano…

Probabilmente l’umanità che tu percepisci deriva dal fatto che questo è un mestiere che a me piace, in cui esprimo me stesso, c’è probabilmente qualcosa che non riesco a esprimere in altre occasioni. Il mestiere dell’attore purtroppo adesso è stato un po’ frainteso, per cui sembra che conti di più (e forse a volte conta di più, soprattutto in termini economici), il lato espositivo e il mondo delle interviste, non questa certo, intendo pubblicazioni sui giornali, cose per cui gli attori spendono anche molti soldi, come gli uffici stampa personali o per comparire su copertine ecc ecc, quindi forse ci sono alcuni che si concentrano più su quel tipo di discorso e magari vivono il set anche come una difficoltà.
A me, ma anche a molti altri, capita il contrario: viviamo delle difficoltà nella vita comune, per esempio di comunicazione di fronte alle telecamere, ai flash, nelle passerelle, alle premiazioni, e invece ci sentiamo molto a nostro agio di fronte alla macchina da presa, perché è un momento che dà senso ad una serie di cose anche personali, non perché mi trovo di fronte a me stesso, ma perché sono di fronte al personaggio che interpreto, ovvero il mio lavoro.
È una situazione che mi permette realmente di uscire da me stesso, perché in quel momento sono il mio lavoro. Questo capita in qualsiasi mestiere e accade anche nel nostro. Il mestiere dell’attore sembra un mestiere espositivo, ma nel momento in cui tu sei quel personaggio e sei il tuo lavoro, è la stessa cosa che capita ad un falegname mentre lavora il legno, o a un contadino, a un ingegnere o a un architetto mentre fanno un progetto, cioè sono trasferiti nell’oggetto che lavorano. Per gli attori poi, questo senso di uscire da sé in qualche modo è particolare perché l’attore non lavora con un oggetto esterno, ma l’oggetto è il proprio corpo, se stesso…

E’ anche una questione di talento…

 

Il talento è una questione di giudizio della gente. Quello di cui parlo io è proprio una specie di dedizione di se stessi al lavoro, poi può uscire un lavoro di qualità o un lavoro diverso… è la concentrazione nell’oggetto che conta. Quando recito devo riprodurre cose, non recitarle. Devo lasciarle accadere… cioè devo rimettermi in quella situazione emotiva. Per esempio, se deve accadere che io mi incazzo per una cosa, che mi devo incazzare per una cosa, devo essere incazzato e deve accadere quella cosa, in quel momento. La cosa interessante è che la macchina da presa riesca a fermare nel tempo una cosa che accade, non una cosa che io riproduco facendo l’imitazione della persona arrabbiata o di quello che si commuove. Diventa anche più interessante per l’attore stesso. A me interessa di più commuovermi in scena, se c’è una scena commovente che magari mi da un’emozione di quel tipo, un’emozione mia, della mia vita, piuttosto che riprodurre la commozione facendo finta di piangere… Mi arricchisce di più come persona, mi diverte di più, è il mio lavoro: quel misto di fatica e soddisfazione per le cose che riescono, ma non per il giudizio che ne consegue, ma per il momento stesso. Il giudizio è una cosa che avviene dopo, quando riguardi le cose che hai fatto: ecco quello a me non piace…

Quali sono le tue origini?

Vengo da persone che non c’entrano niente con questo lavoro. Fortunatamente vengo da origini molto terrene, i miei nonni erano contadini e i miei genitori poi sono emigrati dal paese dei miei nonni, in Molise, e sono venuti qui a Roma. Mia madre è nata a Roma. Invece mio padre ha studiato a Roma, è laureato. I miei genitori mi hanno consentito di fare questo lavoro, di poterlo iniziare presto, hanno creduto in questa specie di mia diversità rispetto ai bambini degli anni ottanta che magari facevano altre cose, tipo calcio o cose così. Io invece volevo frequentare la scuola di teatro. Ho cominciato la scuola di teatro a 14 anni. Il caso ha voluto poi che l’ho continuata. Poteva essere un interesse che rimaneva lì. Ho fatto il liceo scientifico…

Riuscivi a conciliare studio e teatro?

Sempre meno. Sono partito che andavo abbastanza bene poi man mano… Perché la sera andavo in scena… Poi l’ultimo anno sono mancato tre mesi per fare il primo film Il cielo in una stanza, perciò la scuola è diventata una cosa parallela che dovevo per forza fare… In realtà ero ossessivo… le persone che mi conoscevano erano anche un po’ preoccupate…

Perché?

Eh perché, insomma perché c’era la scuola di teatro. Io ero uno molto romano, di borgata, improvvisamente invece parlavo tutto italiano, ci tenevo alle cose… andavo sempre in giro con ‘sti duemila fogli di cose… Shakespeare… mi si era aperto un mondo incredibile e infinito… in questa scuola, il Teatro de’ Cocci, c’erano attori più grandi, 40enni, 24enni 18enni, io ero il più piccolo.

Come la vivevi?

Per me era un mondo magico, era incredibile. Poi lì si facevano questi viaggi ad occhi chiusi, interiori, improvvisazioni, un contatto proprio con una parte intima e la possibilità di utilizzarla in qualche forma condivisibile e quindi farla diventare comunicazione. Io poi ero una persona
abbastanza timida, ho avuto un’infanzia molto comunicativa, poi crescendo sono imploso. Ma anche adesso, si vede da come parlo, sono sempre in difficoltà nello spiegare le cose, forse per questo faccio l’attore. La mia forma ottimale è quando sono nei panni di un altro. Per cui ne approfitto per vivermi tutto di quell’altro…sono un egoista alla fine, lo faccio per me… (sorride sornione)elio germano proiettore

E tutto il discorso del pubblico…

(Scuote la testa sorridendo) Tutto il contrario: non c’è altruismo senza profondo egoismo…

Cioè, scusa?

La principale spinta dell’altruismo è la gioia che dà, per cui è una cosa estremamente egoista…

E però l’egoista fa le cose per sé…

Sì infatti… poi c’è il gioco di parole… sono convinto che sia così: alla fine facciamo tutto per noi. Basta accettare questa cosa…
Io quando sono in scena ho voglia, di provare quelle emozioni per me, di spingermi oltre i freni, di cercare di scardinare le inibizioni, per andare in territori nuovi. Ed è un percorso che faccio per me, ecco… magari un attore che si guarda di più, che va al monitor in continuazione è preoccupato dell’effetto che farà sugli altri, è timore del giudizio degli altri o è vanità…
Io poi quando mi rivedo nei film che faccio c’ho sempre una repulsione… (fa un gesto di repulsione)

Bè, anche grandi artisti come Massimo Troisi avevano quest’atteggiamento quando si riguardavano…

Ah, davvero? (il suo sguardo cambia, sorride, si mette comodo) Invece mi raccontò una volta Enrico Vanzina che Totò non faceva in tempo a vedere tutti i suoi film perché ne girava tanti, e ogni tanto organizzavano per lui delle proiezioni in cui era solo in tutta la sala e mi raccontava che rideva come un pazzo! Stupito proprio di sé, pensa che dissociazione che c’aveva Totò. Impazziva di risate e diceva “Ma guarda questo che fa! ‘sto burattino!” come se non fosse stato lui… e comunque rideva di sé… si sdoppiava. Prima non esistevano monitor, trailer, televisione, quindi o andavi al cinema a vedere il film oppure non ti rivedevi, è interessante… l’abbiamo persa completamente questa cosa.

Quale autore del momento ti piace? Con chi vorresti lavorare?

Il bello di fare questo lavoro è anche il fatto che l’attore si mette a disposizione di un autore per essere un prolungamento delle sue possibilità di raccontare una cosa, come l’inchiostro dello scrittore. Aldilà del tipo di progetto questo è un aspetto interessante. Aldilà del tipo di linguaggio che sceglie il regista, per me conta molto che tipo di persona è.
Devo trovare soprattutto quel tipo di link emotivo che accresce e nello stesso tempo consente di donare qualcosa al progetto, quindi è una cosa che faccio sia per me, sia per il lavoro stesso, ma è necessario che ci sia un legame e un interesse.
E quindi io posso dirti che le persone che conosco sono quelle con cui lavoro meglio… Può darsi che io detesti un regista filmicamente, nel senso che non mi piace il linguaggio che usa e però mi trovi molto bene con lui nella volontà di esprimere certe cose… di poter essere un prolungamento giusto della sua opera.
Se mi chiedi che tipo di film da spettatore mi piacciono sono tutti quelli in cui c’è la macchina da presa al servizio della scena, anche perché t’ho spiegato che tipo di attore sono, quindi anche professionalmente amo la macchina a spalla, la macchina che segue la scena che accade e non il cinema che è ricostruzione… quindi mi piace Ken Loach, Cassavetes, Abel Ferrara, tanti francesi che lavorano in questo senso… però può darsi che con uno di questi registi che ti ho citato io non mi ci trovi per niente e non riesca nemmeno ad aprirmi, a instaurare un rapporto che poi mi consenta di fare qualcosa di buono.

Tu scrivi anche, sei interessato alla scrittura creativa…

Sì un po’ di tempo fa scrivevo, poi ho smesso.

Ma ti interessa ancora scrivere?

Sono interessato a tutte le forme di comunicazione, le sento necessarie per me, quando ne ho bisogno le utilizzo: è chiaro che una la utilizzo dal punto di vista professionale ed è quella di cui stiamo parlando, la recitazione; tutte le altre cose, cioé scrivere, disegnare o suonare sono cose che appartengono ad una mia modalità privata, una specie di vizio più che una forma artistica…

Quale pensi che sia l’attuale situazione cinematografica italiana, o più in generale che tempi culturali stiamo vivendo?

Il problema in Italia è che c’è ancora una situazione molto medioevale. Non ci leviamo di dosso una situazione, ma da tutte le parti non solo nel cinema, siamo ancora vincolati alle dipendenze di grossi produttori… ancora speriamo nel buon cuore.
Non c’è un meccanismo statale che consente l’apertura artistica, la diffusione dell’arte alle persone, c’è bisogno di qualche persona estremamente ricca che decide, invece di fare ancora più soldi, di spendere dei soldi, di sacrificarsi per far vedere un film di qualità, poiché purtroppo tutto ciò che ha come obiettivo l’incasso deve sottostare a delle regole che non sono quelle del “ok vediamo che cosa voglio esprimere, qual è la mia necessità di raccontare, che tipo di Italia voglio inquadrare, che tipo di mondo voglio raccontare per la necessità che ho”: il cinema di botteghino ha bisogno di certezze, per cui parte dal contrario, cioè “che cosa vende? Di che argomento possiamo parlare per attirare pubblico?” questo procedimento inverso fa sì che spesso si facciano film solo d’intrattenimento. E’ giusto che ci siano film d’intrattenimento, quello che manca, perché non è sostenuto dallo Stato, è quel tipo di cinema spontaneo, necessario…

Magari c’è ma non è visto, distribuito…

 

E certo! Perché c’è fortunatamente! A farlo, lo fanno: rinunciando ai soldi, a tantissime cose… un esempio è Sangue, la morte non esiste che all’estero ha avuto un sacco di riconoscimenti e qui in Italia invece è uscito in otto copie e non è stato sostenuto minimamente… Anche lì avevamo una distribuzione… Noi non abbiamo preso una lira per il film, abbiamo fatto molte rinunce, abbiamo faticato tanto per fare il film, poi il film va in mano ad una distribuzione, si firma il contratto per cederglielo e questa distribuzione, che non è obbligata dallo Stato a promuovere il film, decide che il tuo film non ha possibilità di incassare e lo distribuisce in otto copie. Punto. Fine. Non c’è nessuna legge che obblighi a distribuire i film italiani, che obblighi il distributore a mettere un film italiano in una delle 13 sale che possiede: non essendoci la legge, il distributore, il cui mestiere &e
grave; quello di fare i soldi, decide che vuole tutti Star trek, spiderman9, di facile incasso e quindi i film italiani non ci sono. Per esserci devono essere film studiati, ben venduti soprattutto prima, ben pubblicizzati con quello o quell’altra star, che vanno in tutti i salotti televisivi ecc, e poi finalmente incassa e così su venti sale una può fare un film italiano…
C’è una cappa e allora un piccolo gruppo di gente che non ce la fa più decide, appunto rinunciando ai soldi, mettendosi tutti contro, di fare il suo cinema, cioè di utilizzare il proprio linguaggio per esprimere qualcosa.

Durante la conferenza stampa di Sangue hai detto che si può partecipare ad operazioni commerciali per potersi poi permettere la sperimentazione o i film che piacciono ma non incassano…

Sicuramente, ma non solo gli attori purtroppo hanno questo problema… giornalisti, musicisti… Io certe volte mi chiedo: ma gli scultori, i pittori, questa gente eccezionale che fa delle cose incredibili che possibilità ha di arrivare alle persone? Devono solo fare le pubblicità per i marchi dei prodotti… un pittore che può fare?
Una volta nell’800 la gente conosceva gli artisti contemporanei… fino agli anni 70 più o meno è stato così, poi improvvisamente conta solo la televisione… è un mondo preoccupante questo qui.
Sono stato all’incontro dei Centoautori (il 7 maggio all’Ambra Jovinelli a Roma ndr), è venuto anche Rutelli e allora Bertolucci diceva che c’è un canale francese, Arte, che ho visto, che gratuitamente fa del cinema di qualità, giornalismo di qualità, parla di arte, documentari, musica e lofa, cosa davvero incredibile, con pochissima pubblicità.
Allora Bertolucci ha chiesto perché in Italia non c’è un canale come questo e Rutelli ha risposto che in Italia non funzionerebbe perché una cosa così non incassa, non farebbe ascolti… ora io dico: ma chi se ne frega! Cioè ma chi se ne frega se non fa ascolti! Ma è un servizio: come la sanità, l’istruzione così anche il cinema, sono cose con cui devi nutrire le persone, per alimentarle culturalmente. Perché poi non possiamo lamentarci se le persone vanno al cinema a vedere film “sbagliati” perché noi da intellettuali decidiamo che quel film non va bene. Se noi diamo tutti romanzi rosa alle persone, e non gli diamo la possibilità di leggere nient’altro, come sta avvenendo… Tra l’altro nelle librerie per trovare..non so… Holderlin alla Feltrinelli è un impresa, però è pieno di scaffali degli ultra moderni, di gialli e cose che vanno per la maggiore…continuando a dare da mangiare questi omogeneizzati alle persone, queste non sapranno più distinguere la qualità… quando leggeranno Foscolo o Leopardi gli darà pure fastidio quel tipo di linguaggio, non ci sarà nemmeno attrazione, e nemmeno la capacità di saperlo leggere, mancherà la grammatica. In Francia si insegna cinema nelle scuole: è chiaro che poi le persone vanno al cinema e lo sanno leggere il film.
Due ragazzine uscite dal cinema per il film Mio fratello è figlio unico, che ero andato in sala a vedere, perché sai il film è stato venduto anche grazie a Riccardo Scamarcio, sulla scia del successo di pubblico di Ho voglia di te, ha fatto quel tipo di successo soprattutto grazie a questa cosa perché altrimenti il distributore non l’avrebbe mai stampato in 550 copie… è una realtà. Due ragazzine, ti dicevo, sono uscite dal cinema e dicevano “mamma mia, io pensavo che era un film “normale…”:hai capito? La normalità diventa quella dell’omogeneizzato… E questa è una cosa di cui si dovrebbero occupare in “alto” perché le spinte dal basso che ci sono non bastano, soprattutto per il cinema, perché il cinema ha bisogno soprattutto di una grossa struttura. Per la musica per esempio è diverso, la musica ormai si fa in digitale, anche grazie ad internet, un’opera cinematografica, invece, non può passare attraverso internet, è una mediazione complicata che ancora io non sono in grado di accettare.

Se dunque è questa la situazione del cinema italiano, o più in generale di come viene maltrattata la cultura in Italia, a partire dal problema politico, sarebbe secondo te il caso di tornare ad un cinema militante?

Sicuramente. Ma non intendo militante nel senso della bandiera, intendo “militante” nel senso di profonda aderenza alla necessità del film. Un tempo i film che venivano chiamati politici, in realtà di politico non avevano la dichiarata adesione a un partito o l’altro, erano politici nel senso che mettevano in discussione… che cos’è la politica? Aldilà di quello che ci hanno fatto credere fare politica vuol dire partecipare con la propria opinione a rappresentare le proprie necessità, non certo personali, ma di quello che tu pensi possa essere la tua fetta d’appartenenza, sia sociale che culturale. Il cinema deve fare questo: deve dire la sua, gli autori devono dire la loro, in questo senso essere militanti: essere aderenti alle proprie necessità, quindi puntare un obiettivo su un fatto e raccontarlo, ma squarciando le sicurezze, non costruendo, appunto, certezze per fare in modo che il film venda… si deve semplicemente capovolgere la situazione, non devono essere più gli scrittori, i registi, gli autori a “vendersi”, a fare progetti,  per conto di produttori, ma devono essere i produttori al contrario, a cercare artisti liberi che vogliono raccontare se stessi e le proprie necessità e in questo modo, appunto, il regista o l’autore deve fare un gesto politico, accettando di fare le cose come vuole lui…

Tu senti questa esigenza?

Da spettatore da morire… da attore ancora di più…

Tu sei diventato la maschera dei ragazzi di periferia… i ruoli che interpreti sono quasi sempre di ragazzi ai margini…

Fare politica è questo: oltre che andare a manifestare in piazza il tuo dissenso quando accade qualcosa che merita d’essere contestata, fare politica nel proprio mestiere, nelle attività di tutti i giorni è essere aderenti alle proprie ragioni morali, anche chiedendosi il perché delle cose, perché si sta facendo quella cosa e se si condivide o no il tipo di progetto, se ne hai la possibilità certo. Questo non vuol dire che non si deve fare televisione o altre cose, è lavoro e uno non deve avere paura di vendersi. E’ quando si ha la possibilità di scegliere che si agisce politicamente optando per la cosa più aderente a se stessi, a quello in cui si crede… che poi può essere fare 200.000 copertine o andare nei salotti, però l’importante è farlo in maniera coscienziosa e aderente al proprio modo di essere. Spesso, specialmente in questi anni, ci troviamo a fare delle cose senza interrogarci sulla motivazione o sulla condivisione personale di quella cosa…
Se pensiamo al mondo dei call center o di tutte le organizzazioni che hanno una struttura piramidale, dove tu lavori per diventare quello che comanda quel piccolo gruppo di persone, ti trovi a gestire delle persone sotto di te, a trattarle male, a giudicarle e magari non ti chiedi il senso del tuo
mestiere come a dire “oddio che sto facendo? Giudico la vita di altre persone, le faccio licenziare… no, no è lavoro” e uno in qualche modo scompare dietro a questo ruolo, si autogiustifica, perché ormai siamo tutti un po’ annientati e diventa difficile essere presenti a se stessi in questo tipo di società qua… è molto più facile per una persona che abita in campagna… che vede il sole che sorge e muore, che non ha tutti ‘sti palazzi, schermi, chiusure di ogni tipo… dobbiamo stare molto attenti, secondo me, a conservare la nostra umanità. Stiamo perdendo… mò sto divagando, mi sento come ad una tribuna politica… (sorride), però stiamo perdendo il controllo di noi stessi… perché c’è qualcosa o qualcuno che ci “autoguida” cioè: l’incubo dei sistemi sovietici comunisti, l’omologazione totale, è quello raggiunto con il sistema opposto… Mi spiego: la perdita di coscienza degli individui, l’omologazione, tutti vestiti uguali, tutti con le stesse macchine, era la paura più grande contro i sistemi sovietici del socialismo reale “ah ma che scherzi? Tutti con la stessa macchina, gli stessi vestiti, invece qua vuoi mettere? La libertà di scegliere...” Di fatto s’è creato esattamente quel tipo di società però con il capitalismo più sfrenato… e in più non controlliamo più il bene dell’essere umano… storicamente questa è una cosa innovativa: non ci chiediamo più se quello che facciamo come esseri umani sulla Terra sia giusto o sbagliato, non ci preoccupiamo più di fermare gli errori perché c’è qualcosa, l’Interesse, che è più forte di tutto questo. A me viene da pensare che sia come una specie di robot, incarnazione di quei libri anni ‘70 di Asimov, in cui c’erano quei robot che ad un certo punto avrebbero controllato l’umanità. Ecco, questo robot che sta controllando l’umanità si chiama Interesse. E le persone agiscono per questa specie di ente esterno senza domandarsi più se quello che fanno è giusto o no, se fa bene o è dannoso all’essere umano, se fa bene a se stessi, per la propria salute fisica e mentale soprattutto, per i propri figli. Questa è la deriva… mi ritrovo a parlare di queste cose perché non prescindono dal mio lavoro, quando parliamo di cinema purtroppo dobbiamo parlare anche di questo perché succede nel cinema quello che avviene dappertutto.

I tuoi progetti? Quello che ti va di fare?

A febbraio ho terminato le riprese di un film molto interessante con Juliette Binoche e Bruno Todeschini, due attori francesi eccezionali, che mi hanno dato veramente tanto, un’esperienza intensa, il film è stato girato a Torino. Il regista è Paolo Franchi, che ha fatto La spettatrice, un film molto bello. E questo, devo dire, è un film molto coraggioso, tosto. Il personaggio che interpreto è una persona con dei problemi psichici, con delle turbe, paradossalmente molto umano, condivisibile. Il mio personaggio nelle prime scene del film uccide il proprio genitore, poi ha un rapporto per tutto il film con quest’altro attore che cercherà di incolpare. E’ un film che appartiene anche ad un cinema che abbiamo un po’ perso che va ad indagare delle cose anche pericolose, fastidiose, scomode… anche per il pubblico…molto crudo.

Quando uscirà?

Non lo so. Questo, per carità, non è dato saperlo a noi, spero che lo trattino bene perché è un film che merita tanto, purtroppo ho avuto esperienze di film molto belli trattati malissimo. Trattare male un film vuol dire non farlo arrivare alla gente, poi noi il lavoro nostro lo facciamo, è questo il dispiacere forte: quello che fai mettendoci tanto non arriva alle persone a cui poi è diretto.

E adesso? Che progetti hai?

E adesso comincerò la preparazione del secondo film di Francesco Patierno, sulla storia di Marco Baldini.

Patierno è da sempre molto seguito e molto amato da noi di schermaglie.it, recentemente l’abbiamo incontrato per la sua sceneggiatura su Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.

Sceneggiatura al momento ferma… Credi che sia facile girare un film come questo in Italia? Per ora è fermo, se questo film avrà successo di pubblico, probabilmente qualcuno investirà anche su un’opera rischiosa come quella di Francesco, che è un grandissimo artista e ha fatto un film eccezionale come Pater Familias, vorrei sapere chi è che ha sentito parlare di Pater Familias che è un film incredibile, ma veramente incredibile, bellissimo. Francesco è un lavoratore. La differenza è tra i lavoratori e i venditori, due meccanismi diversi.

Tornando al film su Baldini sempre di Patierno…

E’ un film sulla storia di Marco Baldini nel momento in cui si affermava nella radio, nei pieni anni ‘80 milanesi, lui amava scommettere ai cavalli, attraverso questa voglia di vincere scommettendo e l’inizio della sua carriera radiofonica, raccontiamo questa Milano anni ‘80 nel momento in cui è esplosa questa voglia di denaro e di arrivare chissà dove, può diventare una cosa interessante, vediamo dove ci porta.
Francesco è un grande e mi trovo davvero molto bene con lui perché facciamo veramente dell’incertezza la nostra unica certezza…per cui ci lanceremo così in questo progetto e vediamo che cosa esce…

C’è molto di intuitivo, di improvvisazione nel modo in cui reciti…

Sì, io cerco di perdere sempre di più il mio professionismo, la mia professionalità in senso recitativo, voglio fare della mia disponibilità la mia professione, della facilità all’apertura che per me è una cosa molto complicata…

Forse tra i film “seri” italiani, è il primo film sulla Milano degli anni ottanta…

Sì. Con il cinema italiano che non ha tante possibilità di mezzi, si ha sempre la necessità di raccontare una storia privata, come per Mio fratello è figlio unico alla fine abbiamo potuto raccontare con un po’ di controluce quegli anni, ma abbiamo avuto bisogno di una storia privata. Forse non è nemmeno possibile fare un film su un ambiente, una cosa storica. Le cose possono sempre essere viste di riflesso, tramite il film, forse il cinema è interessante anche per questo. E quindi cercheremo anche attraverso questa storia di Marco Baldini e le sue vicissitudini di raccontare di riflesso anche Milano. Certo, non cercheremo nemmeno di raccontare Milano in sé…

Mi chiedevo, ritornando al progetto su Francesca Mambro e Giusva Fioravanti: perché Rulli e Petraglia sì e Francesco Patierno no?

Ma secondo me nemmeno loro… i film non funzionano quando cercano di raccontare la storia. Il cinema può raccontare una storia, ma pure La meglio gioventù… che racconta di quegli anni? Parliamoci chiaro: perché secondo te Mio fratello è figlio unico racconta gli anni ’70? Il film può raccontare una storia non la Storia. Poi all’interno di una storia puoi leggere la Storia, ma la potenza del cinema e dell’arte in generale &egrave
; che ti fa cogliere un senso senza dirtelo, perché forse è anche impossibile dirlo, te lo fa cogliere e tu lo percepisci però ci devi mettere del tuo, grazie ad una storia che comunque è fatta di persone, di esseri umani. In effetti anche La meglio gioventù se vedi non è un film “sugli” anni 60-70: è un film “negli” anni 60-70, come è Mio fratello è figlio unico e come sarà ‘sto film su Baldini di Francesco Patierno negli anni ’80 e probabilmente li racconterà anche. Perché Rulli e Petraglia sì e Patierno no? Perché sono le dinamiche di questo mondo cinematografico. Loro hanno incassato tanto e Francesco Patierno no.
In questo film io interpreto un Marco Baldini, ma non vogliamo raccontare la sua storia, infatti non mi preoccupo di imitarlo, non so dirti che cosa farò perché devo prepararmi, per me la preparazione è fondamentale, è là che esce fuori le necessità, siamo in preparazione, partiamo a metà luglio.

In questo film tu partecipi solo come attore o hai anche partecipato al progetto?

Io, purtroppo per i registi, non intervengo mai solo come attore. Il mio intervenire come attore investe una serie di sfere che non mi competono, però…

Perché purtroppo per i registi?

Eh, eh, perché spesso posso essere fastidioso… devono fare i conti con un attore che vuole dire la sua…

Vabbè visti i risultati…

Bè insomma…
Tu hai partecipato di recente al festival di Tokyo. Sembra il tentativo di esportare il cinema italiano nell’unico mercato che si contrappone economicamente a quello americano…

Ci sono stato per la prima volta, sono stato invitato da Italia Cinema a questo festival sul cinema italiano che si svolge già da diversi anni, ho partecipato per N -Napoleon e devo dire che è un popolo completamente affascinato, feticista proprio, verso i film italiani. Fanno delle file incredibili di ore ed ore per chiedere gli autografi, c’è proprio una giornata dedicata a questa cosa… Ci sono registi, sceneggiatori, non solo attori, che stanno lì, ore, e loro fanno file interminabili, a zig zag, per avere un autografo o una foto: c’è una voglia incredibile di cinema italiano.

E lì quindi vedono film italiani, vengono distribuiti?

Alcuni sì, là c’è una voglia, ci potrebbe essere un mercato fortissimo, per cui tanti film italiani potrebbero essere distribuiti, soprattutto quelli più “strani” e però non ce li mandano. Adesso per dirti, era uscito il primo Manuale d’amore e molti di loro si sono rivisti nel personaggio di Silvio Muccino che tampina Jasmine Trinca, loro hanno lo stesso fenomeno di ragazzi ossessivi nel corteggiare le donne, un fenomeno che in giapponese c’ha pure un nome che ora non ti so dire. Questi ragazzi tampinano le donne in maniera ossessiva, via internet, con i fiori, le lettere, sempre per quel feticismo che ti dicevo probabilmente, e quindi il film sta facendo un buon percorso… sono molto attenti i giapponesi… e ne sono rimasto stupito.

 

 

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