Dopo il notevole J. Edgar, Clint Eastwood bissa subito con il genere biografico, ancora focalizzandosi su personaggi di grande influenza, seppur in ambito assai diverso, del ’900 americano.

I Four Seasons, i ragazzi del New Jersey, sono stati una band di grande importanza storica tra gli anni ’50 e ’70, periodo durante il quale hanno inanellato una serie di hit poi diventate patrimonio della cultura popolare, non solo americana, come Sherry, Big Girls Don’t Cry, Can’t Take My Eyes Off You, Walk Like a Man.

Frank Valli, Bob Gaudio, Tommy DeVito e Nick Massi, sotto l’egida del produttore Bob Crewe, sono diventati, passando attraverso drammi familiari, conflitti interni e disastri finanziari, uno dei maggiori fenomeni della storia della pop music. Venivano dalla piccola Belleville (New Jersey, appunto), dove, prima di diventare i Four Seasons, si arrangiavano tra lavoretti più o meno puliti con la benedizione della mafia locale.

Questo viaggio dai bassifondi alla Hall of Fame racconta Clint Eastwood, poggiandosi al testo originariamente scritto da Marshall Brickman (antico collaboratore di Woody Allen) e Rick Elice per l’omonimo musical che, con le musiche di Bob Gaudio e i testi di Bob Crewe, ha sbancato, partendo da Broadway, i teatri di mezzo mondo negli ultimi dieci anni.

Probabilmente l’influenza di Crewe e di Gaudio (quest’ultimo anche produttore del film, insieme a Frank Valli) è risultata decisiva nell’impianto «teorico» della trentaquattresima fatica da regista di Eastwood: in particolare nella scelta di avvolgere il film in un tono dominante leggero e fondamentalmente disimpegnato, in cui i drammi si stemperano nella malinconia del tempo perduto, così da far emergere su tutto la parabola epica della band e immortalarla oltre ogni criticità. Questa impostazione di fondo è evidente sin dalla cornice dell’opera: Eastwood apre con il personaggio di Tommy che si rivolge allo spettatore in maniera confidenziale e diretta (espediente che sarà utilizzato costantemente nel corso del film) per dare avvio al racconto; e chiude, sui titoli di coda, con un vero e proprio numero da musical, festoso e colorato, con tutti i personaggi che hanno animato la storia che ballano e cantano un pezzo dei Four Seasons – un momento del tutto fuori del film.

 

Questa opzione della leggerezza, così lontana dall’estrema cupezza e disperazione di J. Edgar, è il maggior pregio di Jersey Boys, rendendolo commedia agile e gradevole che scansa, in nome dell’entertainment classico e codificato, le cadute melodrammatiche. Allo stesso tempo però è anche il suo limite più evidente, perché impedisce – cosa assai inconsueta nell’opera eastwoodiana – ai conflitti di approfondirsi, non rende giustizia ai caratteri messi in campo. A risentirne, per esempio, è la descrizione dell’ambiente mafioso del New Jersey, raccontato come una banda sgangherata e innocua, in cui domina la scena un Christopher Walken che gigioneggia nei panni di un boss troppo troppo simile a un padre severo ma affettuoso per risultare credibile.

D’altra parte Eastwood si cimentava qui con una materia, il musical, in larga parte sconosciuta, se è vero che la sua passione per il mondo della musica l’aveva portato sì a inserirla potentemente nel suo cinema, ma essenzialmente adattandola alla sua propria poetica: si pensi a Honkytonk Man, dedicato al mondo del country, e a Bird, tributo al jazzista Charlie Parker. Qui invece è il cinema di Eastwood ospite della musica dei Four Seasons e non viceversa, da qui dunque l’impressione di un approccio deferente, di chi si muove con prudenza nel salotto buono d’altri. E forse la sensazione di un’occasione non pienamente centrata.

 

3 Replies to “JERSEY BOYS di Clint Eastwood”

  1. “Questa opzione della leggerezza, così lontana dall’estrema cupezza e disperazione di J. Edgar, è il maggior pregio di Jersey Boys, rendendolo commedia agile e gradevole che scansa, in nome dell’entertainment classico e codificato, le cadute melodrammatiche”: forse interpreto male io, ma tra le righe sembra che dici che j.edgar sia un film troppo cupo, disperato e melodrammatico (e in qualche modo ci leggo anche una stigmatizzazione verso chi usa questi toni nell’arte). non ho visto jersey boys, ma ho appprezzato moltissimo j.edgar e proprio per quella drammaticità che attraverso le ferite (della vecchiaia) del corpo finisce per aprire dei varchi (simbolici e di esperienza vissuta) sul dolore, l’oscurità dietro le apparenze lustrate, la manipolazione e il potere dei media (e del singolo) nel raccontare (raccontarsi) la narrazione di un paese (di un uomo).
    mi chiedevo, poi, se questa scelta di eastwood di rappresentare e raccontare solo biografie non sia un suo modo per rapportarsi (anche) alla sua autobiografia e (soprattutto) alla sua lunga vita; di relazionarsi dunque anche con la morte, non facendone un fatto solamente “narrativo” e dunque solo biologico; di rigenerarsi e rinascere nella vita di un altro proprio come fosse una prima volta, oltre che ovviamente per stare dentro il “giusto” processo della conoscenza umana (“l’altro sono io”); di sfuggire al vittimismo esistenziale uscendo fuori da sé e rappresentandosi tramite i panni di un altro, tramite “vite che (sono e) non sono la mia”.
    eastwood su de oliveira (come dire leggerezza senza rinunciare alla profondità): “…a più di cento anni lavora ancora e dirige film. Abbiamo parlato un po’ e sono rimasto impressionato da quanto sia ancora interessato alla vita e mi sono detto <beh, non male, si appassiona ancora a cose nuove e a cent’anni riesce a vivere al di fuori di se stesso, senza autocommiserazioni>. Ecco a questo bisognerebbe aspirare secondo me”

  2. Cara Alessia, chiarisco su J. Edgar: a parte alcuni passaggi obbligati dal genere biografico, dei quali in alcuni punti il film a mio parere risentiva un po’, J. Edgar mi piacque molto proprio per il suo coraggio mèlo (ricordo anche che commentai, concordando, il bel pezzo di Fabrizio).
    Il mio elogio della leggerezza di Jersey Boys non era quindi relativo ma assoluto: è un film “riuscito” rispetto all’intento manifesto di rievocare affettuosamente alcune vite e un intero mondo che non c’è più. Ma era anche, peraltro, un elogio parziale: perché da un autore come Clint Eastwood mi aspetterei sempre qualcosa in più, proprio nel senso dell’appropriazione (in senso artistico) di altre vite, dell’entare in rapporto profondamente con l’altro.
    E infatti, adottando la tua interessante lettura della svolta “biopic” di Eastwood, Jersey Boys mi sembra un passo indietro: una concessione al piacere di raccontare, all’evasione, che non arde mai davvero.

  3. Quindi secondo te, Armando, il film è stato fatto sulle ali della leggerezza, ma non scende mai in cantina a rovistare nel profondo.
    Detto così, sembra un film da evitare, piuttosto. “Chissene…” della storia di una qualche band di mezzo secolo fa, se il regista non ci mette un filo che riconduca alle nostre vite e che entri nello stridore degli ingranaggi della storia presente.

    Però ogni tanto capita di fare film solo per far girare la “macchina produttiva” che hai alla spalle, come ad esempio fa il nostro Pupi Avati con fotocopie dello stesso film, degli stessi anni, degli stessi ambienti, stessi personaggi… Accadeva anche all’onni-osannato Fellini.

    Brutto quando non hai idee, e sei costretto a dirle. Credi che sia uno di questi film?

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