Albert Serra, giovane regista catalano vincitore del Pardo d’oro della  66 edizione del Festival di Locarno, non può lasciare indifferente nessuno: si ama o si odia, le mezze misure non esistono. Albert coltiva, sapientemente, il gusto per la provocazione. Ma giudicarlo così di fretta e di primo acchito secondo queste categorie tagliate in un contrasto, sarebbe fargli un grande torto. Investendo con un fiume di parole eccitate, entusiaste e spesso entusiasmanti i suoi interlocutori, Albert Serra non può che affascinare, trascinando con il suo impeto, la sua convinzione, la sua passione per il cinema, la sua radicalità e – ben oltre tutto ciò – con la purezza e un con briciolo di quell’ingenuità propria all’infanzia, chi lo ascolta. Dietro una facciata a volte provocante, arrogante, sfrontata, insolente ed irriverente si nasconde – come dietro ad un enorme schermo opaco- un’artista molto sensibile, che s’intuisce a volte fragile proprio nel suo smisurato amor proprio.

Albert Serra è un ragazzo di provincia, un outsider solitario che si è costruito da solo attraverso il suo amore per la letteratura, la musica, il cinema – un sognatore ostinato che, con la forza della sua passione, ha saputo raccogliere intorno a sé una cerchia di amici fedelissimi con i quali collabora da un progetto all’altro. In questo senso, il suo modo di lavorare è molto simile a quello di Fassbinder che Albert dice di non stimare più di tanto ma al quale per alcuni versi s’ispira, se non foss’altro per una certa somiglianza fisica ed un mimetismo che il regista nutre con abilità.   Nel giro di questi ultimi anni Albert Serra è riuscito a creare un’opera intensa e personalissima che lo situa fra i giovani autori più promettenti del cinema europeo.

Il suo primo lungometraggio Honor de cavaleria (2006) ed il suo secondo lungometraggio El cant dels occels (Il canto degli uccelli, 2008) sono stati  entrambi presentati alla Quinzaine des Réalisateurs, ma le sue molteplici attività spaziano ben oltre lo schermo cinematografico aprendosi ad un dialogo fruttuoso con le arti visuali come dimostra la recente partecipazione dell’artista alla Documenta di Kassel.  Segno dell’ampio riconoscimento di cui Albert Serra gode è anche la retrospettiva che gli ha dedicato l’inverno scorso il Centre Pompidou di Parigi. Historia de la meva mort, il suo terzo lungometraggio di finzione in concorso al 66 Festival di Locarno, coronato con l’ambito Pardo d’oro, segna la sua consacrazione definitiva in ambito internazionale. Ci voleva la vena creativa e l’estro iconoclasta di Albert Serra per immaginare l’incontro di Casanova e di Dracula in un film. Historia de la meva mort diventa il terreno di un confronto culturale, storico ed in fin dei conti metafisico fra due pulsioni contrastanti : la pulsione della vita e quella della morte. Pur celebrando la bellezza, la gioia di vivere, l’edonismo raffinato ed il piacere in tutte le sue forme, Historia de la meva mort ci trascina impercettibilmente verso l’abisso inevitabile e potentissimo della morte. Nessuna redenzione, nessuna speranza alla fine, se non l’inesorabile trionfo delle forze oscure del male: l’ultimo opus di Albert Serra ci offre una visione determinista e pessimista dell’esistenza ma lo fa con un fasto ed uno splendore visuale singolare ed unico nel suo genere.  Ho incontrato Albert Serra a Locarno, un giorno prima dell’annuncio del Palmares; l’attesa e la speranza di farne parte era palpabile.  Una conversazione con Albert è un’esperienza unica: la foga del regista catalano la sua straripante voglia di creare e di vivere è contagiosa e poi c’è la sua leggendaria generosità; generosità nel compartire i suoi pensieri e le sue passioni con chi è disposto all’ascolto ma generosità anche nel compartire gioia e feste con gli amici! 

Il testo dell’intervista che segue è stato completato dalle dichiarazioni di Albert Serra in sede di conferenza stampa e durante Q&A organizzato per il pubblico del festival di Locarno. 

Coversazione – Prima parte

Nei due lungometraggi che hanno preceduto Historia de la meva mort appaiono caratteri storici e figure del mondo della letteratura: Honor de Cavalleria era ispirato al Don Quichotte di Cervantes e El cant dels Ocells metteva in scena i Re Magi rifacendosi ad una canzone tradizionale catalana. In questo tuo ultimo film sembri seguire lo stesso filone.

Per quanto riguarda i miei primi film questa scelta mi sembrava essere la più semplice. Dal mio punto di vista é molto più facile mettere in scena dei personaggi conosciuti da tutto il mondo piuttosto che dei caratteri totalmente inediti perché devi perdere un sacco di tempo per spiegare chi sono. Se non lo fai il tutto resta nebuloso e per farlo dovresti aggiungere delle scene esplicative che appesantiscono inutilmente la narrazione.

Per questo mi è sembrato ovvio all’inizio partire da un personaggio come quello del Don Quichotte che tutti conoscono in modo da potere subito focalizzare il mio interesse sull’atmosfera del film, sui dettagli delle cose che m’interessano molto di più rispetto allo sviluppo della trama o della costruzione di un carattere.

Utilizzando dei personaggi famosi lo spettatore ha subito tutta l’informazione necessaria sul chi sono e, dal quel punto in poi, io sono libero di fare tutto quello che voglio!

Inoltre l’idea di trattare questo tipo di soggetti mi è sempre sembrata particolarmente stimolante dato che ho studiato letteratura e storia dell’arte.

Perché hai scelto Casanova e Dracula come protagonisti di Historia de la meva mort?

Curiosamente Dracula che non mi ha mai attratto. Ho cercato più volte in passato di leggere il libro di Bram Stoker ma non ce l’ho mai fatta! L’ho sempre trovato noioso e mal scritto….

Qualche tempo fasono stato in Romania per mostrare il mio film precedente e lì ho incontrato un produttore che mi ha detto: “Dovresti fare la stessa cosa, ma con Dracula!”.

All’inizio questa proposta mi era sembrata più che altro uno scherzo ma, piano piano, è cresciuta nella mia mente ed ho pensato che sarebbe stata una bella sfida per me. Ovviamente, non avevo l’intenzione di riprendere l’intera vicenda di Dracula perché non mi piaceva, così ho pensato che sarebbe stato interessante mischiarla con un qualcosa di molto più prossimo al mio universo e alla mia immaginazione, cioè Casanova.

Mi sono reso conto che questi due personaggi, pur essendo molto lontani l’uno dall’altro, hanno in comune dei pensieri sul desiderio, sul piacere, forse sulla notte… così  mi sono detto: perché no! Da un lato ci sarebbe stata quest’atmosfera propria del 18 esimo secolo; la luce, la leggerezza, la mondanità, l’apertura di spirito, la voglia di discutere su ogni soggetto possibile immaginabile.

Casanova passa il suo tempo a parlare di poesia, di donne, di cibo spinto dal suo fortissimo desiderio di comunicare con il mondo intero e di trasmettere agli altri dei pensieri razionali; ho pensato che sarebbe stato interessante mischiare questo aspetto con l’altra faccia della medaglia, mettere cioè a confronto l’universo di Casanova con il 19esimo secolo, l’inizio del romanticismo.

Al contrario di Casanova, Dracula è rinchiuso nel suo proprio pensiero metafisico, nel suo proprio mondo, un mondo violento, esoterico, irrazionale, un mondo sessuale e non sensuale….

Considerando tutti questi aspetti, ho pensato che avrebbero costituito un bel questionamento per il film.

Ci si può domandare infatti dove si trova il piacere reale o dove inizia il desiderio, in che modo questi due personaggi riescono a trovare la vera soddisfazione delle loro brame? Nell’aspetto mondano, leggero dell’esistenza o piuttosto nel suo lato oscuro?

Alla fine del film sembra proprio che sia Dracula a vincere. La gente sembra trovare molto più piacere nel dolore e nella colpabilità, nel lato oscuro della propria vita…

Hai detto di non avere letto Dracula di Bram Stoker ma pare tu abbia letto le memorie di Casanova: Storia della mia vita, un titolo che tu hai in parte parafrasato per trasformarlo in quello del tuo film. E poi l’atmosfera del film è quella di un sogno…..

Sì, l’idea era un po’ questa; attraverso il film volevo creare una fantasia reale con delle immagini che non hanno nulla in comune con la nostra vita di tutti i giorni.

Credi che il soggetto del film possa essere considerato attuale ?

Non lo descriverei in questi termini. Historia de la meva mort tratta piuttosto di una dialettica eterna: la dialettica fra la luce e le tenebre che è sempre d’attualità!

Un mio caro amico mi ha detto: “Questo è un film sull’ipocrisia!”. Penso che avesse ragione. Quando guardi il film non sai mai esattamente dove inizia il desiderio reale delle persone, dove finisce il ‘controllo’ di un individuo su un altro individuo, dove e fino a che punto, qualcuno può nascondere il suo desiderio. I vari personaggi si nascondono costantemente gli uni dagli altri, celano i loro veri pensieri, i loro aneliti, le loro passioni, il loro odio…

Perché hai scelto Vincenç Altaiò, una figura pubblica molto conosciuta in Catalugna – poeta e saggista Altaiò è stato assessore culturale di varie istituzioni e direttore, durante gli ultimi cinque anni, del centro d’Arts Santa Monica a Barcellona- per interpretare  il ruolo di Casanova?

Perché somiglia molto a Casanova come noi lo conosciamo attraverso l’iconografia, soprattutto in un ritratto di profilo e poi è stata un’intuizione! Io di solito lavoro così!

Non faccio mai nessuna ripetizione prima delle riprese; in tutti i miei film, in tutto quanto ho girato finora nella mia vita, il primo giorno in cui inizio a girare è anche il primo giorno in cui inizio a lavorare con gli attori. É una questione di fede; non ho nessun’altra informazione a parte la mia intuizione e se decido di scegliere qualcuno per interpretare una certa parte è perché sento che funzionerà! Finora ho avuto sempre ragione, almeno per quanto riguarda i ruoli principali nei miei film. John Ford diceva che non ci sono buoni o cattivi attori ma solo buoni o cattivi registi!

Per me, in fin dei conti, è solo una questione di tempo; se scelgo la persona giusta ci metto di meno a raggiungere il risultato voluto, se no, ce ne metto di più, lo posso fare con chiunque!

Sì, con chiunque, tranne con degli attori professionisti…

Si, in effetti, hai ragione! Non lavoro mai con degli attori professionisti, mi rendo conto che è un paradosso.

Il trattamento del suono è molto curato nella pellicola. Nella prima parte, per esempio, vediamo Casanova mangiare quasi costantemente, dando dei grossi morsi sonori a dei melograni, in un bellissimo simbolismo dell’appetito sessuale…

In effetti, guardando Casanova mordere con così tanto ardore i suoi melograni lo si immagina spontaneamente fare l’amore con la stessa foga vorace ed insaziabile!

Il trattamento del suono è sempre stato molto ricercato ma sobrio nei miei film precedenti, non mi sono mai piaciuti gli effetti sonori.

 In Historia de la meva mort invece, non so bene neanch’io perché, mentre stavamo girando precisamente la scena in cui Casanova mangia il melograno, mi è venuta l’idea di dire all’ingegnere del suono di alzare il livello della registrazione. Mi è piaciuto subito e gli ho detto di alzarlo ancora!

Come hai sviluppato la trama sonora del film?

Nell’insieme lavoro sul suono è stato complesso; in Historia de la meva mort ci sono delle scene di vita quotidiana, girate in modo naturalistico qui, in linea di principio almeno, il suono dovrebbe essere molto naturale, ma spesso all’interno di una scena di questo tipo emerge una dimensione ulteriore della vicenda.

Verso la fine c’è una scena, per esempio, in cui si vede il servitore di Casanova parlare dei suoi vecchi padroni e mangiare, ignaro e sereno, a grandi morsi una mela mentre, nello stesso tempo, la ragazza che gli sta accanto, cerca il momento ed il modo opportuno per mordergli il collo e volge costantemente lo sguardo verso Dracula in attesa del suo cenno decisivo….

Questa sequenza è rappresentativa, appunto, della coesistenza di diversi livelli in una stessa scena; il film di genere coesiste con un tipo di stile molto simile a quello dei miei primi film, uno stile libero, con molta improvvisazione e poi c’è anche un terza dimensione diciamo più metafisica… Il trattamento del suono deve potere rispondere a tutte queste dimensioni contrastanti e coesistenti.          

Soprattutto nella seconda parte del film, quella in cui entra in scena Dracula, bisognava sempre cercare di trovare un giusto equilibrio fra tutte queste dimensioni, cercare di combinare un suono molto artificiale con dei suoni naturalistici e reali.

Spesso ho giocato con queste due categorie di suoni nel film invertendone di proposito l’uso: ho cioè usato un suono decisamente artificiale per sottolineare delle azioni estremamente realistiche e quotidiane. Nella prima parte del film, come hai ben notato, tutte le scene in cui Casanova sta mangiando il livello del suono è estremamente elevato e il rumore dei morsi e della masticazione è presente in primo piano.

Non è stato facile trovare il giusto equilibrio fra questa vita artificiale, fra questi elementi non naturalistici che rimandano alla dimensione metafisica del film e quelli che invece rinviano alla dimensione quotidiana, naturalistica della vicenda legata alla recitazione degli attori.

Nei miei primi film la mia idea di fondo era quella di “svuotare” lasciando solo la struttura e rendendo il tutto più chiaro, più semplice, più puro qui invece è stato tutto il contrario, ho continuato ad aggiungere cose e strati diversi: l’aspetto storico, quello filosofico, quello metafisico e poi una trama molto più complessa e un insieme di dialoghi assai consistente sempre cercando di raggiungere la stessa purezza ma con mezzi diversi.

In Historia della meva Mort ho cercato di sviluppare ulteriormente il mio discorso artistico mantenendo il buono dei miei lavori precedenti ma aggiungendo  dei tocchi di manierismo ai quali corrisponde una colonna sonora più complessa con, per la prima volta, anche l’uso di musica…

Giustamente, la musica gioca un ruolo determinante soprattutto nella seconda parte del film; irrompe improvvisa, possente e minacciante annunciando un cambiamento di tono e di atmosfera. Potresti parlarmi di questo aspetto della pellicola?

Amo molto la musica; ho in casa circa settemila CD che ho comprato di tasca mia…

Non amo il jazz, ma ascolto molta musica classica- soprattutto il periodo del classicismo e del romanticismo da Beethoven fino a Richard Strauss. Mi piace molto anche rock degli anni settanta, sessanta e cinquanta e poi del folk, il country, la soul music e Fabrizio de André!

Nella prima parte del film ho utilizzato delle composizioni per clavicembalo e un pezzo di Gabriel Faure- è la musica che si sente quando le due ragazze vanno a spasso nella foresta e vengono sorprese da un’armonia inusitata- il resto della colonna sonora consta di musiche originali composte da vari amici.

Nella seconda parte del film sapevo di volere impiegare un tipo di musica molto potente poi, pian piano, quando ho trovato i luoghi in cui avrei girato il film, ho domandato ai compositori di rifare la musica adattandola all’ambiente in cui si sarebbe svolta la vicenda.

La musica nei film viene utilizzata principalmente secondo due modalità; come una sorta di tappeto continuo che mira a sottolineare l’azione o a creare delle atmosfere in una maniera molto evidente ed ovvia – questo tipo di colonna sonora non mi piace- oppure, la musica irrompe nell’universo del film sotto forma di canzone,  ma questa è una soluzione troppo semplice.

Prendi un film qualunque, un’immagine qualunque e mettici su una canzone di Marvin Gaye, sarà sempre geniale! (ride)

Non volevo che la musica avesse il sopravvento sulle immagini per cui mi sono detto che per il film si sarebbero potuti creare dei piccoli brani, una sorta di canzone senza voce, e non una vera e propria banda sonora continua. Ho scelto di previlegiare un aspetto più moderno, più astratto con dei suoni un po’ più duri nella seconda parte e delle tonalità più romantiche per la prima parte con degli strumenti antichi, ma non troppo…

[continua]

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