Per Manena, un’adolescente sensibile e determinata, la vacanza estiva nella tenuta famigliare situata nell’entroterra lussureggiante del sud cileno, si trasforma in una dolorosa iniziazione alla vita adulta. Marcela Said orchestra virtuosamente questa storia nel suo primo lungometraggio El verano de los peces voladores, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs, creando un film suggestivo costruito sulla forza evocativa dell’ellissi.

Più che di una struttura narrativa chiaramente definita, la pellicola si serve, infatti, di un linguaggio allusivo che convoca a più riprese l’immaginario dello spettatore. Dietro gli interstizi di ciò che non viene detto e non viene mostrato si accumula una tensione esplosiva.

Appena sbarcata nella proprietà dei suoi, persa nel mezzo di un’enorme riserva naturale di boschi e sorgenti d’acqua, Manena parte, incurante degli avvertimenti dell’anziana domestica di etnia Mapuche, per una gita solitaria nei paraggi. La ragazza ritorna sana e salva, nonostante ciò, suo padre Pancho, di cui è la figlia preferita, la mette in guardia sui pericoli della zona soggetta all’apparizione improvvisa di banchi di nebbia che riducono la visibilità a zero.

Un clima di vacanza s’installa per Manena che, spensierata e serena, approfitta di quanto il luogo può offrirle. Il tempo passa piacevolmente fra lunghe passeggiate nel bosco, giochi con la sorellina, serate conviviali con gli amici dei suoi, visite nell’atelier di un giovane pittore di cui finisce per innamorarsi.

Nell’hacienda l’attività quotidiana è frenetica: oltre ai membri della famiglia, sotto lo stesso tetto vivono vari domestici, tutti appartenenti alla popolazione autoctona dei Mapuche, impegnati a lavorare tanto in casa quanto sui terreni circostanti di cui è proprietario Pancho. Pedro, un ragazzo dell’età di Manena, è l’uomo a tutto fare di Pancho che non esita a affidargli dei compiti spesso pericolosi come quello di sbarazzare, a colpi di dinamite, il suo lago artificiale da un’invasione di carpe.

Dietro la facciata di una calma apparente covano tensioni irrisolte e conflitti latenti. Nella zona limitrofa la polizia ha iniziato ad arrestare dei giovani militanti Mapuche, che rivendicano il diritto di cacciare sulle terre della loro etnia; Pancho ed i suoi amici proprietari terrieri si organizzano per proteggere i confini dei loro latifondi da queste incursioni inopportune ed assumono dei guardiani armati. Anche il nucleo famigliare di Manena è meno solido ed armonioso di quanto le apparenze facciano pensare. Fra i coniugi regna un’incomprensione sorda e pesante; Pancho preferisce invitare Manena ad andare a New York con lui, piuttosto che la moglie. La sorella maggiore di Manena, invece, seduce durante una festa il giovane pittore di cui quest’ultima si è innamorata.

Coraggiosa ed indipendente Manena non si perde d’animo: diventa amica di Pedro ed inizia ad andare  in giro con lui scoprendo un universo parallelo a quello in cui è abituata a vivere. Nonostante le barriere sociali che li separano, fra i due sorge, pian piano, una vera storia d’amore. Ma un fatto di sangue cambierà il corso degli eventi per sempre…

El verano de los peces voladores è un film d’ambiente: la sua atmosfera è impregnata di un senso di confusione e di disorientamento costante; tanto i luoghi quanto i vari personaggi ed i loro rapporti reciproci sono colti per istanti, descritti con una sorta di impressionismo visuale, a pennellate rapide, mentre il montaggio, frammentato, compone una narrazione caleidoscopica, spigolosa, fatta di distorsioni e riflessi. In questo spaccato della società cilena la regista ci mostra che nulla funziona come dovrebbe. Questo sregolamento si estende a più livelli; è presente all’interno della famiglia della protagonista, pervade i rapporti fra i padroni di casa e la servitù Mapuche e domina, in maniera ancora più evidente, le relazioni fra i latifondisti della regione e tutti coloro che questi ultimi ritengono essere dei loro ‘subalterni’, che si tratti del personale delle haciendas, dei poliziotti locali o della popolazione autoctona.

La cinepresa s’insinua, senza mediazione apparente, nel cuore di varie discussioni di gruppo cogliendone, a vivo, i dettagli. La forza della sceneggiatura risiede proprio in questi frammenti di discorso: le affermazioni più significative sono spesso contenute in una sola frase buttata lì quasi per caso, in una boutade fra amici, in uno scherzo arrogante e grossolano, nel sarcasmo e nella sufficienza di una risata. In questi atteggiamenti si legge tutta la presunzione e l’insolenza della classe dirigente del paese che, abituata a secoli di abusi e di soprusi, crede ancora di potersi permettere di tutto impunemente.

Questa classe che non rispetta, come dovrebbe, i suoi concittadini dimostra di essere altrettanto indifferente anche nei confronti della natura che pensa di possedere al cento per cento, attribuendosi il diritto di sfruttarla a suo gusto. Marcela Said mostra molto chiaramente come il conflitto fra la popolazione autoctona, organicamente radicata nello spazio naturale, e la popolazione ‘importata’ dei bianchi, erede del passato coloniale, si focalizzi proprio intorno all’ambiente. Luogo di culto ancestrale per gli uni, fonte di mera ricchezza per gli altri, la terra diventa oggetto di discordia. Seguendo quest’ottica la natura è il vero protagonista del film: il lago, la montagna verdeggiante, il bosco, le sorgenti calde e i campi, saturano ogni fotogramma.

Fine e molto ricercato, il suono aggiunge una dimensione essenziale alla pellicola, facendo vibrare la profondità degli spazi naturali – le acque del lago artificiale risuonano torbide ed abissali, il fruscio della foresta echeggia minaccioso – ampliando una  sensazione  di malessere diffuso. Coperta e spesso densamente brumosa, l’atmosfera riflette l’essenza stessa di questa vicenda e lo stato mentale dei suoi protagonisti persi in una loro realtà fittizia, obnubilati ed incapaci di percepire il mondo che li circonda per quello che è, di leggerne i bisogni e d’interpretarne i segni premonitori.

La regista opta per il pudore della distanza; i veri conflitti – la violenza stessa e le sue vittime – sono tutti filmati da lontano e a pena visibili. Le foglie degli alberi, i finestrini della macchina, la pioggia battente e l’oscurità della notte sono altrettante barriere che impediscono allo sguardo di vedere permettendogli solo di intravvedere le cose…

É attraverso la fitta vegetazione del bosco che Manena scopre, involontariamente, il suo ragazzo in atto di fare l’amore con sua sorella. É ancora dietro il parabrezza della sua macchina, da lontano, che la ragazza assiste all’arresto di vari giovani Mapuche da parte della polizia locale, o all’incidente di bicicletta di Pedro – poco più che una sagoma indistinta accucciata sul bordo della strada sotto la pioggia battente – per culminare nel dramma sul quale si chiude la pellicola: un omicidio che s’intuisce nascosto al di là del perimetro di sicurezza che la polizia ha eretto sul luogo.

Nonostante siano percepiti a distanza, tutti questi eventi colpiscono profondamente l’animo di Manena, l’unico personaggio ad essere sensibile ed aperto alla realtà sociale che la circonda, curioso e pronto a gettare un ponte per conoscere un mondo diverso da quello della sua famiglia.

Interpretato meravigliosamente dalla giovane protagonista, Francisca Walker, intensa e naturale, El verano de los peces volador
es
è una requisitoria sobria, ma molto incisiva sui diritti degli uomini e della natura, ma il suo messaggio non è confortante; chi paga sono sempre, ancora, i più deboli…

Complessa ed esigente, l’opera di Marcela Said, che ha alle sua spalle una lunga e proficua carriera di documentarista – I love Pinochet (2001) e poi Opus Dei (2006) e El mocito (2011) che ha co-realizzato con Jean de Certeau le hanno valso numerose ricompense internazionali – costituisce un esempio rappresentativo del nuovo cinema d’autore in Cile.

Nella pellicola si riconosce il tocco specifico del produttore Bruno Bettati (Jirafa Productiones) che può essere considerato come un artefice essenziale della renaissance del cinema cileno d’autore in questi ultimi anni. Prendendo la decisione rischiosa di fondare la sua società nel Sud del Cile, Bettati è riuscito a fare di Valdivia e della sua regione un nuovo polo d’attrazione cinematografica. L’interesse per le forme narrative anticonvenzionali, una spiccata sensibilità documentaria, il paesaggio selvaggio e l’atmosfera malinconica del Sud cileno sono tratti distintivi delle pellicole prodotte da Bettati fra cui ricordiamo El Viento, la tierra y a luvia di José Luis Torres Leiva (2009), Manuél de Ribera di Christopher Murray e Pablo Carrera (2010), Bonsai (2012) di Cristiàn Jimenez. Significativa è inoltre la co-produzione con l’Italia (Movimento Film di Mario Mazzarotto) dell’ultimo film di Alicia Scherson: Il futuro (2012).

Aggiungendo a questa lista El verano de los peces voladores il Sud del Cile dimostra di essere uno dei territori cinematografici più palpitanti di questi ultimi tempi che – ne siamo convinti -non ha ancora finito di sorprenderci.

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