RETROSPETTIVA VIENNALE E FILMARCHIV AUSTRIA

 IL PARADIGMA PRODIGIOSO :  REGISTI-AUTORI AUSTRIACI DEGLI ANNI OTTANTA

Parte prima : Herbert Holba  

L’ultima edizione della Viennale che si è tenuta dal 22 ottobre al 1 novembre 2020 è stata un evento straordinario e memorabile. Portato dal coraggio, dalla convinzione e dalla tenacità della sua direttrice Eva Sangiorgi e del suo team, il festival ha avuto luogo nei cinema della città con un pubblico reale, degli ospiti e dei registi in carne ed ossa venuti a presentare i loro film. È stato un gioco d’azzardo certo, l’incertezza e l’eventualità di un divieto hanno planato minacciosi sull’evento fino all’ultimo ma una buona stella ha permesso al festival di farsi, consentendo ai film di essere mostrati in condizioni ideali e al pubblico di partecipare dal vivo alle proiezioni vivendo quell’emozione e quella comunione che solo la sala cinematografica può darci.

All’interno di una programmazione sempre rigorosa ed esigente la Viennale ci ha offerto quest’anno l’opportunità di scoprire le opere di un gruppo di autori-registi che costellano un periodo di transizione relativamente oscuro del cinema austriaco: gli anni settanta.

La retrospettiva Austrian Auteurs of the 70ties finemente curata da Florian Widegger, direttore della programmazione del Metro Kulturhaus, s’inscrive nel quadro della tradizionale collaborazione fra la Viennale e il Filmarchiv Austria che nel 2002 ha comprato il cinema storico Metro ristrutturandolo e trasformandolo in un centro cinematografico di spicco.

Gli anni settanta costituiscono un momento a parte nella storia del cinema austriaco, una sorta di cerniera fra il passato di un dopoguerra dominato da una produzione prevalentemente commerciale concepita per facilitare l’esportazione verso la Germania e quella che potremmo definire come la sua epoca attuale, caratterizzata da un cinema d’autore cosciente della sua specificità nazionale e ampiamente riconosciuto a livello internazionale.

Il vero punto di volta fra queste due epoche è stata l’istituzione nel 1980 di un fondo di sostegno alla produzione cinematografica nazionale – annunciato già dieci anni prima ma mai entrato in vigore- uno strumento di finanziamento essenziale che ha permesso al cinema austriaco di svilupparsi al di là di una mera logica commerciale.

Durante gli anni settanta i registi austriaci potevano contare solo su degli aiuti puntuali e molto limitati di finanziamento statale. In questa sorta di limbo produttivo ma forti dell’esempio di una serie di artisti visuali d’avanguardia come Valie Export, Kurt Kren o Peter Kubelka che avevano aperto nuove strade, un gruppo alquanto eterogeneo ma interconnesso di registi-autori ha trovato un terreno di gioco ideale per sviluppare la propria creatività.

Liberi dalle limitazioni imposte da un tipo di produzione tradizionale autori come Herbert Holba, Wilhelm Pellert, Mansour Madavi, John Cook, Antonis Lepeniotis o Angela Summereder hanno costruito spesso con poche risorse finanziarie e un’abnegazione totale delle opere essenzialmente autoprodotte ma portate da un rigore estetico, un impegno sociale e un’inventività formale straordinarie.

Traendo ispirazione dal teatro, dalla fotografia, dalla musica o dalla letteratura i registi-autori di questa decade si muovono coraggiosamente contro-corrente.

Poesia, ironia, fantasia e canzoni concorrono a grattare profondamente la vernice dello status quo mettendo a nudo il malessere della gioventù, l’ingiustizia sociale, la discriminazione delle donne, l’intolleranza e il pesante retaggio storico della seconda guerra mondiale. Tutte questi film stilisticamente assai diversi, nei quali elementi documentari si alternano a momenti performativi e ambienti psichedelici a visioni realiste, sono percorsi da uno spirito di ribellione e di resistenza indomito ma sempre intriso di umanismo.

Forse proprio questo è il comune denominatore di questi autori coraggiosi e autonomi che pur non costituendo nessun gruppo nel senso proprio del termine, si conoscevano fra di loro e collaboravano gli uni ai progetti degli altri.

Come un’esplosione mirabolante ed effimera la maggior parte di questi autori a partire dal momento in cui entra in vigore il finanziamento statale non riusciranno più a trovare nelle nuove condizioni produttive più strutturate e strutturanti un terreno consono all’indipendenza del loro processo creativo e seguiranno altre vie prendendo le loro distanze dal mondo del cinema, cadendo spesso completamente nell’oblio.

La prima parte del programma composta di cinque pellicole particolarmente significative è stata mostrata nel quadro della Viennale, la seconda parte che originariamente sarebbe stata proiettata in seguito è stata dirottata sulla piattaforma digitale del Metro Kulturhaus a causa della la chiusura dei cinema.

Il viaggio nella galassia di queste opere seguirà la rotta dettata dalla cronologia partendo dal film più anziano: Die Esten Tagen di Herbert Holba prodotto nel 1971 per rimontare sul filo di una serie di tappe irregolari fino all’ultimo film della serie, già teso verso il decennio seguente Zechmeister di Angela Summereder prodotto 1981.

Non potrebbe esserci modo più pertinente per inaugurare l’esplorazione dell’universo cinematografico degli anni settanta che una pellicola su un nuovo mondo: die Esten Tagen di Herbert Holba (1971) ci trasporta infatti in un distopico ‘No man’s land fra ieri e domani”.

Die Ersten Tagen è un film-manifesto, un trip psichedelico, un’opera inclassificabile, unica nel suo genere, la quintessenza del suo creatore.

Critico, produttore, sceneggiatore, regista e cinefilo d’eccezione Herbert Holba (1932-1994) occupa un posto a parte nella storia del cinema austriaco. Autoditatta, Holba ha scoperto giovanissimo la sua passione per il cinema iniziando una collezione di fotografie, articoli, poster e pellicole. Nel 1965 questo fondo, al quale si era associato nel frattempo lo storico del cinema Peter Spiegel, era la più grande collezione privata sul cinema austriaco e fu raccolto in un Centro di documentazione. Nel 2001 fu annesso al Filmarchiv Austria di cui costituisce una parte essenziale. Il leggendario Club cinefilo ACTION da lui fondato è stato per anni il cuore di varie attività tra cui un Cine-club, una sala cinematografica e una rivista raggruppando un folto gruppo di giovani adepti.

Die Ersten Tagen, il suo primo ed unico lungometraggio di finzione, autoprodotto, è l’epitome di un gesto d’avanguardia che si nutre del cinema dei primi tempi. Holba lo dedica ai suoi maestri: i Fratelli Skladanowsky e i registi tedeschi Manfred Noa e Otto Rippert, ‘titani’ dell’epoca del muto. Lungi dall’essere passato inosservato alla sua uscita, il film è stato selezionato nel Concorso internazionale della Berlinale nel 1971.

Definito dal suo autore come un: Kinematogramm con musica, rumori e 67 didascalie, Die Ersten Tagen ci trasporta in un mondo post-apocalittico.

Nella prima sequenza del film immerso in una luminosità pastosa un carro con una donna e il suo bimbo avanza lentamente sulla cresta di un colle tirato a mano da un gruppo di ragazzi; la cinepresa lo filma dapprima in campo lungo poi si avvicina ed inquadra dall’alto le spalle dei ragazzi chine per lo sforzo. Un mistero avvolge questa scena, un’attesa, forse una speranza.

In questo territorio sospeso nel tempo i pochi abitanti- giovani e giovanissimi sopravvissuti- cercano a tentoni di riorganizzare la propria vita.

Con un gesto che si vuole fondatore e visionario Holba attinge alle origini del cinema per proporre una forma nuova capace di immaginare il futuro, colmando lo iato fra la storia e l’apocalissi. Entrare nell’universo del film significa lasciarsi andare ad un autentico trip violento, languido, provocante e splendente al contempo.

Il soggetto, tratto da una pièce scritta per la radio e rielaborato da Holba con la collaborazione di Wilhelm Pellert e di Ernst A. Ekker, è concepito come un film muto, accompagnato da musica e ritmato dalla presenza di discalie.

L’assenza della voce è controbilanciata dal potere ipnotico delle melodie composte ad hoc dai Pater Noster, una band culto di Prog-Rock viennese, che dopo avere creato due LP memorabili agli inizi degli anni 70, è misteriosamente scomparsa nel nulla. Associando l’essenza mistica del rock psichedelico con elementi di folk e riferimenti puntuali di musica classica Pater Noster ha creato un sound track elettrizzante intriso di tensione, malinconia e accenti grotteschi. 

 Al contrario di quello che potremmo immaginare questo mondo di superstiti non si situa in un ambiente buio, polveroso, pieno di detriti ma è proiettato in un paesaggio meravigliosamente bucolico, estivo, soleggiato, una specie di paradiso terrestre. La natura spendente sotto la luce, la dolcezza delle colline, il fruscio delle foglie nella brezza, l’acqua gorgogliante di ruscelli e di un lago costituiscono lo scenario grandioso su cui si staglia una lotta senza quartiere, crudele e cruenta fra bande opposte. La volontà dell’uomo di dominare il prossimo, la sua sete di potere resiste ad ogni catastrofe.

Holba immagina un mondo post-apocalittico in cui l’umanità superstite, ricondotta ad uno stato di semi animalità nomade lotta- ancora e sempre- per stabilire la supremazia degli uni sugli altri.  Sotto questa veste distopico-allegorica la valenza politica del film è indiscutibile.

In questa terra di nessuno i sopravvissuti camminano scalzi, i loro vestiti sono stracciati e sporchi. Errano nel sottobosco fra alberi e radici, lungo i corsi d’acqua, fra stalle e casolari abbandonati, cercano il contatto con il suolo, scavano nel terriccio, si rigirano sulla terra, s’imbrattano di fango, s’ inseguono e si dilaniano a vicenda.

La trama, costruita come un rosario che si snoda a tappe, lascia emergere da un episodio all’altro dei personaggi-archetipici ricorrenti: il Capo, il Solitario, lo Stolto, la Ragazza, il Profugo, il Cavaliere ameno, il Cavaliere meno ameno.                        

Lo stile è lussureggiante, quasi barocco; la vicenda deborda di azioni e di individui assatanati che si muovono in coreografie di gruppo come un branco di animali.  Presi in una lotta senza quartiere, cacciatori e cacciati sono sempre all’erta, tramano vendette, preparano agguati ed attacchi che eseguono con schizzi improvvisi di violenza e crudeltà, avanzano a tentoni in questo universo pericoloso ed ostile leggendo segni misteriosi, affidando la propria sorte a totem potenti, immersi in una simbologia carica di messaggi spesso indecifrabili.

Nonostante le differenze di fondo alcune atmosfere del film rimandano per la libertà del gesto estetico e per l’intento provocatorio che le anima al cinema d’avanguardia di Jodorovsky nei suoi primi film; El Topo (1970) e la Montana sagrada (1973).

La fotografia di Xaver Schwarzenberger, che lavorerà in seguito con Fassbinder, gomma i contrasti della pellicola in bianco e nero creando una materia cromatica densa e vellutata.

La cinepresa si attarda sui dettagli; una foglia che viene trasportata dal corso dell’acqua, i rami di un albero in controluce, esaltandone la bellezza. Sulle le colline si ergono pini maestosi, corsi d’acqua attraversano il sottobosco sfociando in un lago. L’erba e i canneti risplendono sotto i raggi del sole e si piegano al soffio di un vento mite e leggero. Schwarzenberger flirta con il sole scegliendo spesso delle riprese in controluce; ne risultano delle immagini immerse in una luce diffusa quasi una foschia che rinforza l’atmosfera irreale del film.

Nonostante la bellezza delle immagini non bisogna illudersi, la conclusione del film è amara: certo il gruppo dei ‘buoni’ sembra avere trionfato per il momento ma questo happy end non è definitivo. Con un’ultima didascalia Holba ci avverte che da qualche parte un cavaliere malvagio vaga ancora nei paraggi pronto a vendicarsi.

Girato nella zona di Zammelberg in Carinzia il film è in gran parte autoprodotto, i collaboratori e gli attori sono amici di Holba, molti ragazzi dei ragazzi che vediamo sullo schermo sono membri dell’Action-Filmclub che Holba aveva creato a Vienna e passano, come per gioco, davanti alla cinepresa per partecipare con foga, entusiasmo e furia a quest’avventura collettiva.

Al di la della storia che ci racconta e dello statement politico-ideologico che ci propone, visto da una prospettiva odierna, il film ci offre il vivido ritratto di un gruppo di giovani degli anni settanta di cui si percepisce la partecipazione libera e gioiosa al progetto, lo spirito hippie, l’entusiasmo nel fare cinema insieme, il piacere di vivere a contatto con la natura e la speranza di potere cambiare il mondo.

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