Possono l’immaginazione e la creatività essere gli strumenti attraverso i quali ci salveremo da questo mondo arido e cinico? E soprattutto potrà mai succedere che i due livelli -la realtà nervosa e aggressiva e la fantasia dove regnano armonia  e tenerezza – riescano a trovare  un  magico seppur precario equilibrio?

Alla base de Il comandante e la cicogna, la nuova fiaba realista di Silvio Soldini che alterna il suo sguardo tra lividi e a volte impietosi drammi sociali (Brucio nel vento, Giorni e nuvole, Cosa voglio di più)  e  commedie surrealiste e colorate (qui siamo al terzo tentativo dopo il celebrato Pane e tulipani e l’insolito e curioso Agata e la tempesta) sembrano esserci proprio tali quesiti esistenziali tutt’altro che risolti e a cui a volte solo la possibilità del cinema di raccontare con ironia e leggerezza sa indicare una soluzione. Anche i personaggi di questo film sono alla ricerca di una “risposta”, o meglio del pezzo mancante che permetta loro di trovare un modo per riuscire a stare dentro un mondo nel quale non si riconoscono, spesso perche troppi  puri, eccentrici, sognatori.

È sicuramente fatta così Diana, pittrice con il gusto dell’osservazione e il piacere di perdersi letteralmente con la testa tra le nuvole, prima che i suoni dei clacson delle macchine la riportino bruscamente ad affrettarsi ad attraversare la strada o la folla dei pendolari della metro la travolga lasciandola a faccia in giù, insensibile alla sua ricerca del particolare, del dettaglio; ed appartiene alla stessa categoria di esseri umani anche Leo, che fa l’idraulico per mantenere il mutuo di una casa e provvedere a due figli della cui vita gli sfugge un po’ il senso, impegnato com’è a tenere in vita un dialogo immaginario con la giovane moglie morta troppo presto e che lui vede non certo come uno spettro di rimpianto e dolore, ma come uno spiritello dai colori pop e dal carattere pepato che, al contrario, alleggerisce le preoccupazioni di Leo nei confronti della famiglia, invitandolo ad un sano e spensierato carpe diem.

Si distingue poi per singolarità il personaggio di Amanzio, una sorta di moralizzatore culturale di un mondo che sembra aver perso il senso dell’etica e della bellezza, che chiede, in realtà prima agli altri che a se stesso, lasciando intravedere tra la filigrana il sospetto della cialtroneria, rigore e virtù.


Ma più di tutti loro Soldini affida al figlio tredicenne di Leo, che “parla” con Agostina, la cicogna reale, in carne ed ossa e non solo simbolica del titolo, il sentimento di stralunata poeticità che pervade tutto il film, tanto che diventerà proprio lui il depositario dell’originale filosofia di vita di Amanzio.

L’altro personaggio che fa un po’ da contenitore a tutti gli altri e contrappunta con i suoi commenti ora sconsolati ora ironici (o forse sarebbe meglio dire ironici e sconsolati al tempo stesso) la faccia nuova del Bel Paese che osserva dall’ alto della sua posizione di “comandante”, la statua di Garibaldi che campeggia a Torino e a cui  Soldini offre addirittura un spalla,per non dire una controparte: La statua in onore del fantomatico commendator Cazzaniga che contesta all’avversario l’unificazione di Italia e ne deride il rammarico per il degrado morale e culturale in cui è precipitata la nazione unita per cui ha combattuto.

Intorno a questi personaggi si muove il  mondo “reale” con i suoi tempi, le sue regole, con quel chiedere  a chi considera strano ed eccentrico  un prezzo da pagare per poterne fare parte, un ricatto che Soldini rappresenta nel personaggio dell’avvocato Malaffano, che a partire dal nome così scontatamente evocativo dell’Italia truffaldina, indica l’incapacità di immaginarsi altro di “quel” mondo, la sua aderenza anche formale con un modo di essere, di fare, di sbrigare gli affari.

Come ogni commedia che si rispetti il film hai poi un plot molto articolato in cui  le varie storie si incrociano tra di loro nei modi più insospettabil – basti pensare che a un certo punto tutti si troveranno in uno chalet  di uno sperduto paese della Svizzera all’inseguimento della cicogna-e la libertà di movimento che si concede Soldini sin dalla sceneggiatura lo fanno a un certo punto sterzare dagli intenti più pungenti e satirici sulla società italiana, comunque ridotti a semplificazione macchiettisca con l’intrallazzatore Malaffano e i suoi affiliati politici, per concentrarsi sull’incontro tra Diana e Leo e la volontà di farli innamorare così da poter regalare loro l’immagine di un abbraccio e della condivisione del calore e dell’intimità di una casa, in modo da  tranquillizzare anche l’irrequieto  fantasma della moglie.

E in un contesto come questo è inutile chiedersi se tale fantasma sia reale oppure frutto dell’immaginazione di Leo, visto che un’immagine contraddice l’altra in un processo di associazioni estetiche e narrative che danno l’idea del piacere e del gusto con cui il tutto è stato realizzato e confezionato.

Tutto questo potpourri risulta però talmente astratto, così stagnante in potenza nella mente di Soldini e dei suoi valenti collaboratori che rende il risultato sullo schermo un po’ vacuo, incosistente, senza dubbio sfuggente, con la stessa impressione che suscita l’affresco sulla giungla che l’incolto e cafone Malaffano commissiona a Diana, costringendola ad infilarci una Zebra cavalcata da una donna, Tarzan, un cactus e la bandiera del Milan…. elementi che la poca convinta Diana, privata della sua libertà creativa dal più intollerabile e tirannico cattivo gusto (“Un tempo l’artista non si sottometteva al volere  della committenza?” le chiede Malaffano, salvo poi confondere Raffaello con Michelangelo) è costretta a inserire sulla parete bianca dell’ufficio dell’avvocato, lasciando per lei la casa dove vive in affitto come spazio specchio del suo modo di vedere e di sentire l’arte.

Ora non vogliamo certo dire che l’ispirazione di Soldini è stata data dalla commitenza del Malaffano di turno, tanto se ne sente l’autenticità e la spontaneità, ma paradossalmente il risultato arriva ad essere una commistione poco armonizzata di toni ed elementi, tra teste di  statue che parlano, altre che sono decapitate, comprimari grotteschi (il collega cinese di Leo ossessionato dalla gelosia della moglie, il fidanzato-detective della figlia, la segretaria acida e spocchiosa dell’avvocato), facili simbolismi (la cicogna Agostina, simbolo di buon auspicio, che alla fine si posa sulla statua di Garibaldi), qualche pennellata di sentimentalismo e il freno a mano sull’affondo del pedale del demenziale puro e del non sense, attori italiani in cerca di un autore che sappia un po’ riscriverne il percorso. Così Mastandrea cerca di liberarsi dal clichè del romano apparentemente burbero ma in realtà pezzo di pane soprafatto dagli eventi per calarsi nei panni più leggeri di un napoletano dall’accento alquanto improbabile ma dall’animo di Candido nel paese delle paccottiglie. La Rohrwacher cala un piglio più deciso e un maggiore senso pragmatico dentro il ritratto della nevrotica idealista. Battiston diventa definitivamente “carattere” del cinema
italiano, sfumando i confini tra personaggio e interprete, pericolosamente sul precipizio della macchietta da cui lo salvano classe e misura. Anche qui però sembra di assistere al work in progress di un arciere che cerca di aggiustare il tiro, nell’attesa vana che faccia un centro pieno.

In Nashville, storico film  sul mondo della musica country e sull’anima malata e ferita di un paese, di una società, di un’umanità, Robert Altman proponeva una tale ricchezza di prospettive estetiche e narrative, che una delle tante, mirabolanti scene mostrava un incidente stradale causato dallo scontro tra un divano e una barca. Ecco.è come se Soldini puntasse alla libertà di quell’immagine, ma girasse un po’ a vuoto senza coglierne la capacità di sintetizzare il senso di una realtà assurda e indefinita.

Onestamente è un peccato perche a Soldini e al suo cinema vorremo volere un bene incodizionato, e invece questa volta ci si limita a provare una timida simpatia.

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