Da tempo ormai nei quotidiani lo spazio dedicato alla critica cinematografica diminuisce sempre più. Secondo lei da cosa dipende?

In realtà credo che non si possa fare un discorso sulla critica eludendo un discorso sul cinema. Detto in estrema sintesi, e con qualche dubbio magari, penso che il cinema nel senso del formato di un’ora e mezzo, fiction, narrativo… Insomma il cinema che abbiamo conosciuto quasi dalle origini, fino ad oggi, ha già dato il massimo di se stesso, ed è in un fase declinante, il che non esclude che ci possano essere dei capolavori. Ma da quando, come diceva Godard, il cinema non è più solo, ed è circondato, sommerso, da milioni di ore di audiovisivo, e da quando la sua fruizione non è più collettiva in sala, e si è invece fortemente caratterizzata in chiave individuale (a casa, attraverso la televisione o la rete…), credo che il cinema abbia perso la sua egemonia. Da un tutto, è diventato una parte di un tutto che lo sovrasta, molto più ampio. Questo penso sia il primo dato da considerare. E se mi è permessa un’analogia, forse impropria, ma così come l’opera lirica ha visto il suo apogeo fra il Settecento, l’Ottocento e i primi anni del Novecento, per poi declinare, così credo che il cinema abbia già superato il suo picco, proprio anche di influenza ideologica nei processi dell’immaginario, del senso comune. E quindi facendo un salto, non meccanico, considerando questo processo, mi sembra abbastanza naturale che si vada riducendo lo spazio che i media hanno dedicato per decenni al cinema. Penso che riguarda un processo più complessivo. Questo è l’oggetto di cui si occupava la critica. Poi bisogna vedere come sono cambiati i quotidiani, il mezzo dove la critica ha svolto il suo lavoro. La carta stampata è andata sempre più a rimorchio del mezzo televisivo, facendosi in molti settori dettare l’agenda dalla televisione. C’è anche l’evoluzione della tivù che da mezzo pedagogico è divenuta solo commerciale, per cui ogni intento culturale, o di divulgazione, si è andato spegnendo.

Qualche anno fa, in una serie di Rai Tre che si chiamava Alfabeto italiano (una rivisitazione delle teche Rai da parte di una ventina di registi di cinema con la bussola di un tema), ho fatto un programma sui poeti, si chiamava “in cerca della poesia” ed era abbastanza impressionante come la presenza dei poeti fosse molto forte nella tivù del passato. Come ci si potesse permettere dei programmi di prima serata, dei talk show di un’ora e mezzo con Ungaretti in studio che chiacchiera con degli interlocutori, e come questa presenza sia andata via via scomparendo, come in un fondu di chiusura. Passando attraverso la fase di animazione/scontri tipo Bellezza/Busi, per poi arrivare la nulla. Sono figlio di un poeta che negli anni Cinquanta ha lavorato molto sulla terza rete della Rai, mio padre faceva la rubrica di cinema, e non era un caso isolato; c’erano molti suoi coetanei, poeti e letterati, che hanno costituito l’ossatura prima della radio e poi delle televisione. Mio padre ha diretto “L’approdo” per qualche anno. Poi però c’è stata proprio una mutazione, per citare Pasolini, violenta e per ora inarrestabile.

Non le sembra però che in ogni caso il cinema rimanga ancora piuttosto presente nelle nostre vite? Non solo perché visto in sala…

Il consumo dell’oggetto film si è enormemente dilatato mentre la sua forma di consumo originaria si è andata depauperando.

Il cinema continua a vivere…

Malamente.

Non ricopre più il ruolo e il significato che aveva in passato. Ma torniamo al ruolo della critica. È importante, ad esempio, per un autore, o un giovane autore, ricevere attenzione da parte della critica quotidianista?

Ci sono due funzioni. Ad un livello promozionale certo, o anche nella carriera di un autore, una certa attenzione dei quotidiani, è uno degli elementi importanti. Fra l’altro, restringendosi il pubblico della sala, e diventando in buona parte un pubblico di élite, che quindi ha un rapporto con i giornali, sicuramente sì, parlo del cinema di autore. Non credo che abbiano nessuna influenza le ripetute stroncature dei film di Natale, che regolarmente si ripetono come i film stessi anno dopo anno. Non  credo che abbiano nessuna influenza sui film di De Laurentis, per intenderci. Mentre invece, rispetto a film che hanno un target più ridotto e più elitario, probabilmente la buona accoglienza, l’attenzione della critica dei quotidiani può avere un peso.

L’altra dimensione, che credo sia però oramai completamente scomparsa, era quella che un tempo poteva essere la dialettica fra cineasti e critici. A quel livello mi sembra sbagliato andare a cercare delle responsabilità di categoria, credo sia un discorso più complessivo, della cultura in cui siamo immersi. Una cultura completamente omologata, per citare di nuovo Pasolini. Una cultura del pensiero unico. Personalmente mi sembra, pensando ai quotidiani più importanti, che ci sia più spazio per un tipo di dibattito storico-letterario che per quel che riguarda il cinema. Come se il cinema fosse stato fagocitato dalla televisione e, a parte qualche rarissimo caso, non riuscisse più ad avere uno spazio autonomo di discussione.

Come se non fosse né carne e né pesce…

Si, si. Un destino curioso perché la riproducibilità, prima come fatto tecnologico, poi come linguaggio sta alla base anche di quello televisivo. Nello stesso tempo c’è una grande fregatura in questo, nel senso che c’è stato tra i due un rapporto mimetico – intendo fra cinema e televisione –  solo che a un certo punto la tivù ha iniziato a dilatare i processi della riproducibilità, ed ha finito per sommergere lo specifico del cinema, detto in estrema sintesi. C’è una particolarità del problema ma non possiamo capirla se non dentro il contesto che ho tentato di descrivere, seppur sommariamente.

C’è il livello del contesto che è fondamentale. Però non le sembra che manchi un’interrogazione da parte di chi lavora in quest’ambito? In altre parole, il contesto sembra essere un modo per giustificare l’impossibilità di agire. Per cui ogni gesto, ogni parola, ogni tentativo di cambiamento diventa insignificante.  C’è il contesto…

È un po’ come quei lavori che scompaiono: il sellaio, il calderaio… Chi è più che si va a far aggiustare una sella, o una pentola… E io credo (sorride) che anche i cineasti stiano su quella strada… non voglio buttare un’ombra negativa su tutto, però il processo che si è avviato con la dilatazione della riproducibilità è  una sorta di onda anomala. Ormai il senso comune è mediatico e non più immediato. Ciò che non passa attraverso la riproduzione televisiva semplicemente non esiste, non ha legittimità di realtà. Tutto questo ha cambiato le carte in tavola.

Non sono un critico, e non lo dico nemmeno da cineasta, lo dico da persona un po’ informata sui fatti, però credo che la nuova generazione dei critici dovreb
be insistere di più sui grandi problemi, al limite metalinguistici, cioè interrogarsi su come si è sviluppato e dove arriverà quest’impero dei media. Sono sempre interessanti le analisi specifiche degli oggetti, dei testi, dei film, ma forse bisognerebbe ripartire facendo il punto sul contesto.

È un’impostazione importante, però rimane aperto un problema: il critico ha o non ha una funzione di carattere culturale? E questa funzione come la esplica, solo in ambiti specialistici?

Bè, mica tanto…

Un problema per me sta nel come costruire nella “quotidianità”, con le persone che vanno al cinema, un discorso culturale. Bisogna lasciare tutto in mano all’industria culturale?

Credo che in questo momento lo scontro frontale con l’impero dei media sia impossibile, credo vadano trovate delle uscite di sicurezza. Lo dico anche come presidente della cineteca di Bologna, noi non ci poniamo i problemi della critica, però come programmatori ci siamo posti questioni simili a quelli di cui parli. Abbiamo due sale dove facciamo una serie di iniziative durante l’anno, e una delle nostre sezioni si chiama “fronte del pubblico”, e si pone questo problema. Siamo attenti a riproporre momenti della storia del cinema che allo spettatore televisivo non sono mai stati proposti, se non alle quattro del mattino. Abbiamo fatto un ciclo sull’espressionismo e ci siamo accorti di quanta fame ci fosse, fra le generazioni più giovani, di vedere cose mai viste in pellicola.

Lì si ripropone un problema teorico-pratico importante delle cineteche e del cinema: col sopraggiungere del digitale, ai film è stata garantita una specie di vita eterna, però in un formato che non è quello in cui sono nati, e in un dispositivo di fruizione che non è più quello. Sarà sempre più difficile fruire il cinema del passato in pellicola. Via via le scorte degli archivi si stanno esaurendo, fra poco la kodak non produrrà più nemmeno i negativi. Il passaggio dalla chimica al digitale è oramai prossimo, anche nel circuito delle sale. Invece i primi 100 anni di storia del cinema sono stati prodotti in un altro formato e dispositivo. Riusciremmo a raccogliere le risorse per riprodurre i negativi, stampare nuove copie, e garantire per lo meno delle isole, dove vedere i film in pellicola? Io sono un grande fan del digitale, con cui ho girato un film, ma mi pongo il problema. Riusciremo a conservare, nel momento in cui ci sarà la piena concorrenza del digitale che probabilmente costerà molto poco? Ha un senso? Credo di sì. Si pone un grande problema teorico che sembra un paradosso: dentro l’universo della riproducibilità, esiste l’originale? Per me l’originale di un film girato in pellicola e proiettato in quella forma è la pellicola, il resto sono copie. Dentro l’universo della riproducibilità sembrerebbe azzerato questo problema, ed invece rimane. Dopo il passaggio dal muto al sonoro il digitale è la più grande discontinuità che il cinema si trova ad affrontare. Anche questi problemi dovrebbero essere al centro del dibattito della critica. Portare questi problemi alla consapevolezza di pubblici sempre più vasti.

E la sua esperienza di lettore di critiche sui quotidiani?

Quando ho iniziato a lavorare nel ‘77 c’era uno spazio maggiore dedicato alla critica sui giornali, ma di rado mi è capitato sino ad oggi di ricevere delle illuminazioni particolari dalle recensioni dei quotidiani. In genere sono qualche riga di informazione sull’oggetto e poi più o meno delle opinabili prese di posizione su un film, di giudizio di valore che è sempre legittimo. Certo in parte continua ad esserci, anche perché l’impero dei media ha una tale forza e potere che tende ad omologare. Il critico stesso che scrive sul giornale sente una contiguità con gli altri, e sente di dover condividere la creazione di un gusto, di un giudizio rispetto ad un film o una serie di film…

È preoccupante…

È preoccupante, ma ancora più preoccupante è il fenomeno di questa dittatura assolutamente totalitaria del sistema dei media. Secondo me è il grande problema politico che le società avanzate hanno davanti. In Italia lo tocchiamo con mano per ragioni specifiche nostre e ci ripropone la questione del senso della democrazia.

Cosa si potrebbe fare?

Per me l’unica difesa, l’unico anticorpo a questi rischi di totale induzione dei bisogni e dei valori che l’impero dei media produce è come sempre l’alfabetizzazione. Nelle scuole però ancora non esiste uno spazio specifico dedicato all’alfabetizzazione audiovisiva, che sarebbe per me l’unico strumento per poter fare quel piccolo passo indietro rispetto al consumo passivo. Ma i politici non l’hanno capito: dare una preparazione critica al cittadino-spettatore – che pure sappiamo dalle statistiche essere per tre ore al giorno legato alla televisione – non è fra i primi punti dell’ordine del giorno, è un problema rimosso.

Ecco un’altra funzione della critica; capisco che sono tutte battaglie su grandi fronti, politici e ideali generali, però secondo me andrebbero fatte.

Per alcuni giovani autori avere l’attenzione della critica dei quotidiani è quasi vitale. Addirittura pare essere una precondizione per fare un secondo film. I critici continuano a mantenere una importanza…

Una qualche importanza che non esagererei.

Dopotutto è un problema legato al contesto. Magari una produzione va a leggere gli articoli e le critiche dei giornali…

È la riconoscibilità. Un certo tipo di  attenzione crea una visibilità ed una riconoscibilità che poi gioca un qualche ruolo o meno…

Bisognerebbe dire ai giovani autori di non affidarsi a questi meccanismi…

C’è anche un altro aspetto, che tutti i cineasti hanno vissuto, che è legato al narcisismo, al piacere di essere riconosciuto, e anche amato, capito. Tutte queste cose hanno una loro legittimità. Però non credo che la funzione del critico sia quella di interagire col narciso del cineasta. Poi c’è una stata una debolezza da parte della comunità dei critici militanti nel farsi sottrarre di anno in anno righe e righe, e spazi di palinsesto; che io ricordi non c’è stata una proposta, c’è stato solo un obbedire alle legge dello sviluppo, un adeguarsi a questa sottrazione continua di spazio e di prestigio.

Questa sottrazione ha anche demotivato lo stesso critico. E alcuni di loro sono lì da sempre.

Certo. Hanno fatto della loro anzianità un punto di forza. Sono diventate delle firme.

E la scrittura, la scrittura… non c’è una qualche sciatteria o noia nello scrivere…

Ma anche nei giovani…

Sicuro. A volte mi passa del tutto la voglia di leggere.

Pure a me. Penso però a come il fenomeno cinema venga esaltato nel momento in cui se ne occupa qualche non addetto ai lavori. E magari qualcuno che scrive di costume o di politica riesce a conquistare la prima pagina. Magari sono tre film l’anno. È chiaro che quando una persona è intelligente pu&ograve
; scrivere di ciò che vuole, poi i giornalisti sono tuttologi per definizione. Anche se… Mi viene da citare due casi, di due generazioni completamente diverse, che sono Giorgio Bocca e Curzio Maltese, due bravi giornalisti, intelligenti. Una era una recensione di molti anni fa di Bocca, una colonnina su “Repubblica”, in cui diceva che erano insostenibili certi dialoghi della “scenografia”…

 

Imbarazzante.

Imbarazzante. Così come certi giudizi di Curzio Maltese. Certe incursioni fatte a mani nude, dove si vede che non c’è una competenza dello specifico filmico.

Ma questa incursione non potrebbe essere una “lezione” per il critico ufficiale? Mancano delle competenze, ma al tempo stesso c’è la capacità di saper narrare, che al critico sembra mancare.

Tu credi? Mi viene da fare un’analogia con la quasi scomparsa della figura del produttore. Allora io me la spiego un po’ in questi termini. Quando un giovane di talento ha consolidato una certa competenza sul piano economico, del sapersi muovere, di certo non va a fare il produttore cinematografico. La passione per il cinema può giustificare tutto, però è probabile che i migliori in campo giornalistico non si concentrino su un argomento i cui spazi sono stati ridotti progressivamente. Uno si occupa degli argomenti che più contano: “mi occupo di politica, vado a finire in prima pagina, divento influente in qualche modo… “ C’è anche questo aspetto da tenere presente, poi ci possono essere delle persone intelligentissime che si occupano di cinema.

Il problema è la riduzione dei discorso culturali legati al cinema.

Però la cosa senz’altro curiosa a cui non avevo pensato, e a cui accennavo prima, è come in fondo il territorio della letteratura, della produzione letteraria, filosofica, storica, ha mantenuto degli spazi circoscritti più autonomi e difesi. È come se il cinema si fosse perduto nella palude televisiva e a questo punto, le vicende della Lecciso sono diventate molto più importanti di qualsiasi oggetto o personalità.

L’attualità mediatica prende il sopravvento su tutto.

Io sono uno dei pochi che alcuni anni fa ha realizzato un film (ndr: Segreti segreti) sul terrorismo; mi ponevo il problema che c’era poco cinema italiano dedicato a questo tema quando il fenomeno era ancora vivo. Mi chiedevo: perché? Una delle risposte che mi sono dato era questa: in un periodo in cui ogni sera veniva scandita dai telegiornali questa telenovela di attentati, di fatti di sangue che possedevano tutti la forza del fatto appena avvenuto, era molto difficile per il cinema esercitare lo stesso tipo di attrazione. Facendo un’analogia col calcio: sarà sempre più bella una partita di calcio fra due squadre di serie C che giocano un pessimo calcio, ma che ha sempre l’elemento della diretta e dell’imprevedibilità, della più bella partita di calcio che tu puoi creare nella finzione. Non c’è partita, da un certo punto di vista.

Però il cinema può mantenere una componente di testimonianza…

Magari di elaborazione, una forza che non ha il mezzo giornalistico diretto. Ma anche in questo senso, come la televisione sia mutata nel corso degli anni è significativo. Ad esempio gran parte del lavoro documentaristico, di attualità o di testimonianza antropologica era affidato ad autori di cinema. Penso ai Taviani, a Olmi, a Bellocchio a mio fratello (ndr. Bernardo Bertolucci). Molti di loro hanno lavorato ai documentari prodotti dalla Rai fino a metà degli anni sessanta. Ad un certo punto è venuto fuori l’apparato giornalistico che ha preso sempre più il potere ed ha cancellato queste presenze autoriali. Allora che valore avevano quelle presenze nel settore specifico della documentazione? Che erano presenze soggettive, non erano degli apparati che arrivavano con dei format stabiliti. Avevano lo specifico della soggettività che era molto interessante perché faceva reagire il corpo sociale che andavi a indagare.

Forse l’uso della videocamere ha sostituito questo tipo di lavoro…

Sì, ma deve ancora fare tutta la sua battaglia. È fondamentale. Diventerà determinante la possibilità che ci siano migliaia di piccole esperienze locali di un uso “non professionale”, o non più di apparato, ma molto più libere… Però bisogna considerare che quelle testimonianze dovranno mostrarsi, dovranno  passare attraverso dei filtri, che sono i canali televisivi.

L’ultimo film di Spielberg, Munich, cerca di affrontare con la finzione fatti che hanno delle ripercussioni sul presente.

È un film che non sono andato a vedere quasi programmaticamente. Faccio fatica ad andare al cinema. Uno dei pochi film che mi ha un po’ sconvolto recentemente è Battaglia nel cielo. Se ci rifletti un attimo capisci la differenza che ci può essere fra l’incidenza di un film a confronto delle migliaia di ore televisive, rispetto alla creazione dell’immaginario. Magari alcuni film in particolare, diventano gli archetipi di altre realizzazioni televisive che vanno poi a incidere in modo più massiccio sull’immaginario. Così, per fare un esempio storico, il cinema di Godard è stato fondamentale per la pubblicità. Certo cinema di  Godard, probabilmente, non lo consumano che poche migliaia di persone nel mondo, però quello che i suoi film hanno prodotto sul piano della liberazione del linguaggio pubblicitario, parlo degli anni Sessanta, è stato fondamentale per formati che arrivano a milioni di persone. Quindi c’è un’influenza…

Probabilmente il critico, come l’autore cinematografico, non è più al fronte, in prima linea nelle battaglia delle idee, sarebbe travolto…

Io credo che ci sia una prima linea, parlo dei cineasti, e dei critici in quanto si occupano del cinema, che è proprio la prima linea del linguaggio. È solo nel piccolo fortino del cinema che si elaborano delle innovazioni. Penso a questo regista messicano (ndr: Carlos Reygadas autore di Battaglia nel cielo). È un rompere con certe dimensioni. Ecco allora sull’innovazione del linguaggio che si inventa di più, dove c’è la legittimità del prototipo, per il resto in questo universo audiovisivo predomina il seriale, lo standardizzato. Lì c’è una prima linea. E una critica che riesca a far arrivare e incuriosire in modo non banale un lettore  svolge un suo compito. Arrivare a rendere consapevoli i lettori di cosa un film possa offrire…

Insomma, non è che stiamo messi molto bene…

Io non ho particolari nostalgie. Ma come cineasta – poi l’Italia è in una situazione particolarmente disastrata – l’idea di mettermi a progettare per un modo di produzione che mi sembra assolutamente sorpassato, che è ancora quello vigente, mi mette molta fatica, tant’è vero che preferisco pensare al teatro o al documentario. Mettermi a lavorare per un lungometraggio, pensando alla grande mole di investimento di fatica e desiderio necessaria, per poi pensare al destino di questi oggetti, questi fantasmi che passano tre giorni in qualche sala e poi scompaiono e sprofondano nel cimitero dell&rsqu
o;immaginario, no, mi passa la voglia…

Questo è un po’ il dato, il che non esclude che ci possano essere dei capolavori. Però certo se –  per chiudere con l’argomento – il critico è prima di tutto uno spettatore, è uno spettatore che si trova in questa situazione. E che si occupa di un formato che ha avuto un suo straordinario apice e influenza, sul piano della creazione dell’immaginario, e che invece adesso, è andato declinando in una specie di tramonto. Adesso un tipo di funzione che il cinema ha e che potrebbe avere ancora di più, proprio per uscire da questa grandinata di valori indotti, è proprio quello di costituire una nicchia, un’ uscita di sicurezza. Sì, come anticorpo può avere una sua valenza.

Anche il critico potrebbe essere un anticorpo…

Sì.

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