Andare al cinema nel giorno di Natale è soprattutto un fatto di costume. Il film rientra nella paganizzazione di questa “ex” festa religiosa. Chiudersi dentro un posto che profuma di popcorn e di calore aiuta a immaginare di bianco la festa natalizia e facilità la tradizionale costruzione del contrasto caldo/freddo. La sala è un altro vano della gabbia in cui più o meno volontariamente “amiamo” rinchiuderci per qualche giorno. E’ come la tombola, il torrone, il sovraccarico di portate. Il cinema ridiventa il luogo della festa e celebra i fasti della sua età dell’oro. Riappare nella sua grandezza “innocua”, nella veste di mago portatore di meraviglia, di illusione spettacolare. Il popolo si riprende la sala per quattro giornate: Natale, Santo Stefano, Capodanno, la Befana. Il valore dei film non incide sulla resa di questo strano Festival di natura esclusivamente commerciale. La visione prescinde dalla qualità delle pellicole. Unica regola il rispetto di un’evasione che può correre sul binario della fantasia o su quello della leggerezza. 

Partecipare alla festa riaccende, dopo nemmeno ventiquattro ore di fermo immagine,  tutto il caos degli altri giorni. Dietro l’angolo i burattinai sorridono e iniziano a contare il risultato dell’affare. Gli altri, distratti ed assuefatti, si muovono nel labirinto familiare a cui vogliono tanto bene e si godono il piacere della bruttezza che conoscono.. In questo paesaggio l’Italia offre le sue proposte che quest’anno sono tre; il paese risponde con tutti i passaggi del rito. 

Il parcheggio

Di solito lo cerca chi guida. ” Dai, ci vediamo davanti al cinema! “. E si avventura in giri di palazzo mentre l’abbacchio risale: così docile da vivo, tanto prepotente da morto. Mette la prima fa tre metri e la toglie. Spera che sia l’ultimo singhiozzo di un giorno di festa, mentre chi ha già parcheggiato s’infila nell’imbuto luminoso di nuovi titoli e vecchi faccioni.  “Scusi, che sta andando via? Sta uscendo per caso?” Una testa e un dito oscillano decisi e muti da un vetro appannato. Come previsto riparte, ritrova e scarta di nuovo un ghiotto e pericoloso parcheggio. S’abbandona alla necessità della marcia transrionale. Il cinema è lontano ma non irraggiungibile. L’abbacchio cadenza il passo scalando vaporoso l’esofago, ribollendo sovrano dalla palude che trasforma le portate in superfluo nutrimento.

Pensieri della passeggiata

“Tanto i multisala ti scrivono alle venti ma se non passa almeno mezz’ora il film non inizia! Poi qualcuno dovrebbe spiegarmi la logica di un biglietto pagato per assorbire lunghe proposte di cioccolato, detersivo e telefonini. Un prezzo che non varia per la qualità del prodotto ma per il momento in cui si sceglie di “gustarlo”. E poi c’è tutta la passerella dei pezzi dei film in uscita, che sono sempre quelli di largo consumo ma che comunque, al cinema, sono già cinema: con quei rumori forti, le scritte enormi che compaiono all’improvviso, quel lento, accennato, studiato rivelarsi della trama che una invisibile voce da dietro commenta: “sarà fico o sarà una cazzata?” Squilla il telefonino “Arrivo, arrivo….ho dovuto parcheggiare non sai dove!”

Caccia al biglietto

Uno del gruppo si è lanciato verso il botteghino salutando in fretta. “Faccio i biglietti, poi mi ridate i soldi”. Che sono sette euro e cinquanta, mica quattro o cinque come di pomeriggio in settimana. Quando i cinema sono camerette private, spazi intimi e silenziosi snobbati dal tran tran. Rifugi di pensatori o di mariti arrabbiati nel giorno di riposo, di vecchiette sottobraccio, di qualche studente. La piazzetta antistante è un’enorme comitiva di cappotti e sigarette, un brusio fragoroso di giovani in fuga dai parenti e di bambini infagottati che scappano ai genitori. Ma non è nulla in confronto alla caldaia colorata e stracolma che sta oltre la vetrata. Il botteghino non si vede. Dalle file serratissime e nervose partono urla disperate di gente accaldata e dalla pelle arrossata. “E’ esaurito! E’ tutto esaurito, bisogna cambiare film, oppure prendere le prime file, oppure ancora prenotare per lo spettacolo successivo. Che devo fare?”. Dentro la biglietteria c’è una ragazza senza sorriso che non ha voglia di stare lì. Bisogna urlare: “Terza fila? sesta fila? ventisette euro e cinquanta? Ah.. trentasette e cinquanta!” La sua voce è modificata dal microfono, la mano che strappa il biglietto secca e violenta come la sua scortesia. Chi era andato a fare i biglietti si sottrae alla pressione della folla e si accerta che i ticket corrispondano a quelli richiesti.

L’origine della scelta

Tutto comincia verso la fine del pranzo di Natale. I parenti hanno riproposto tutte le caratteristiche che il quotidiano nasconde o alleggerisce. Sono quasi ventiquattro ore di contatto e di abbuffata, due pasti elefantiaci ed un contesto extra quotidiano non del tutto scelto. La vigilia ha nascosto le sue intenzioni con la scusa del pesce ma il venticinque ha colpito senza scrupoli con i brodi, le carni e la discesa in campo di frutta secca incollata a strani impasti. Mentre la cartaccia stropicciata dei regali occupa ancora qualche angolo del tavolo e i cassonetti sono ormai saturi di rifiuti, qualcuno ha sentito l’esigenza di respirare e i suoi automatismi inconsci lo hanno riportato all’anno precedente, facendogli urlare cosa ci fosse al cinema. Qualche attento bambino ha risposto:  “Natale a Nuiorc!” che lo zio ha bocciato come “la solita cazzata!” e a che qualcuno ha fatto venire in mente  Olè , quello con Boldi, oppure il film con Bonolis. La cugina prova a concludere che due risate alla fine te le fai e che ci si può andare tutti insieme, perché il cinema sta nel quartiere e non c’è pericolo di non trovarci questi film. Ne rimarrebbero esclusi solo quelli che hanno speso tre euro per il dvd pirata, che confermano la micro recensione (al buio) dello zio ma che se iniziano a rivelare le gag (intraviste sul televisore) un sorriso marcato gli attraversa il volto. Contraddizioni popolari…
Ci starebbe pure il circo ma sarebbe una scelta troppo seria ed onerosa: distanza, costo, una qualità esagerata per quel break di un paio d’ore prima.

L’importanza del titolo

La prima scelta riguarda il film con la parola “Natale” dentro.  Non tanto perché le altre proposte non forniscano sufficienti garanzie di leggerezza … (o possano nascondere inattese sorprese di contenuto). Semplicemente non hanno lo stesso valore simbolico del primo. Natale dovunque, invece, più degli altri soddisfa l’esigenza di massificazione ed omologazione delle masse. La sua tradizione lo rende riconoscibile e familiare da quel lontano ’83. La squadra di babbi (e mamme) natali in primo piano, sboccacciata ed appoggiata al primissimo simbolo di un posto del mondo che non sia troppo accessibile, non è solo una simpatica brigata che occupa meglio degli altri il palcoscenico scorrevole di Vespa, Ventura, Fazio e Costanzo. (E che rapisce attimi di vita al semaforo, allo stadio, o che si infila come una goccia tra un programma e l’altro).  E’ soprattutto un albero di Natale con la colonna sonora dell’anno: sensuale e cattolico, lucido, ricco, ipocrita, appariscente, da usare e gettare come molte cose in questi giorni
.  Anche gli altri concorrenti alla corsa che regala una torta da spartire, (Vedi intervista a Brizzi) vanno nei salotti della tv ma i loro film rischiano di essere semplicemente film. Forse peggiori, forse migliori, probabilmente uguali. Ma sono meno sicuri del classico panettone.  Pochissimi degli spettatori sanno che il film di Natale è di Neri Parenti e che è prodotto da Aurelio De Laurentiis. Sanno che c’è De Sica e forse che Boldi se ne è andato. La carovana parte. Commediasexi di Dalatri è la scelta tre, l’ultima: titolo lungo, troppo sofisticato. Bonolis troppo schiacciato nel gruppo. Dalatri un perfetto sconosciuto, forse un esordiente con un nome poco musicale…

Cronache di sala 

Mutande che escono dai pantaloni e chiappe a vista. Rossetti e gelatine di adolescenti in gruppo, taciturni in famiglia ed esplosivi in branco. Brusio costante, espressioni colorite e banali ad alta voce pure quando il film è cominciato. Gente che continua ad arrivare e rimane in piedi, ferma, a capire quale sarebbe il suo posto. Bicchieri, cartoncini, bottigliette di chi è appena uscito. Genitori, figli e nipoti in eccitazione. Risatoni di gruppo come aperitivo allo sperato scompisciamento. Ci vuole del tempo perché cali il silenzio ma l’orizzontalità del film non aiuta la sua regnanza. Le battute vengono commentate ad alta voce dagli spettatori, la sceneggiatura anticipata dalle “straordinarie” intuizioni del pubblico. All’intervallo ti rendi conto meglio di quanta gente ci sia e quella compatezza ti fa sentire bacchettone! Appena passa l’ultima immagine del film, tutta la sala si alza e se ne va. Nessuno rimane a leggere i titoli di coda. Qualche istante dopo tutto è finito. Il processo consumato. Il film dimenticato, l’intrattenimento cessato, l’incasso consolidato.  Se ti attardi un attimo di più ti sorprende una nuova orda e il ciclo ricomincia.

 

 

Sullo schermo
In Natale a New York  Christian De Sica infila un braccio intero dentro un buco naturale del cappone. In Commediasexi Michele Placido passa un ramoscello di rosmarino nell’ altro foro, sempre naturale, di un’appetitosa faraona. In questa scena c’è tutta la differenza tra il film di Neri Parenti e quello di Alessandro Dalatri: i due estremi della trilogia di Natale. La gag di De Sica figlio (è bene ricordare ai giovani che il padre Vittorio ha fatto la Storia del cinema) è un atto senza tempo. Una giocata comica per palati facili buona oggi come ieri, come domani. Infila tutto l’arto come un ariete maschilista in quello che presumibilmente è il culo dell’animale. Si muove alla sua maniera e non accenna a nessun personaggio che non sia quello che duetta continuamente con Laganà in tv. Il nuovo Placido, invece, figura di gran caratterista del nuovo cinema italiano, riassume tutta l’importanza che il cibo ha assunto nello spazio tempo dei palinsesti dell’ultima tv. Muove con delicatezza mani e voce e lo fa per sedurre la nuova donna che, stanca di cercare l’equilibrio con la linea da palestra, cerca nel neo-alternativo culinario una nuova direzione identitaria. Il telefonino di De Sica si perde dentro l’animale, quello dello specializzando in piccoli ed efficaci ruoli, serve per avvicinare da buon maschio contemporaneo una donna da matrimonio in crisi. Commediasexi potrebbe essere una commedia di costume ma rinuncia ad esserlo perché capisce che questa formula potrebbe fargli perdere il contatto con la classicità natalizia che Vanzina e Parenti impongono. Il comico combatte con il testo e il film si ferma tra la sua potenzialità ed il suo risultato. Gli altri, invece, puntano tutto sull’individualismo comico dei primi uomini e delle prime donne. Non ha molto senso andare a cercare un significato specifico del film, ma solo uno relazionale tra il prodotto e i venti giorni in cui viene sparato. Per ciò Bisio e De Luigi, i personaggi più convincenti di Natale a New York, valgono molto di più per la loro brillantezza attoriale che per le maschere che compongono. Lo stesso vale per tutti. Anche il parrucchino che ogni tanto infila Boldi in olè è da solo più forte di tutta la tenerezza umana che la sceneggiatura gli ha conferito. Per Enzo Salvi questo discorso è ancora più valido. Le sue battute da bar di Borgata sono le stesse che l’ossigenato romano proporrà nel suo prossimo one coatt show. L’unica traccia extra attoriale individuabile nel film dei Vanzina è l’amore per la citazione del loro cinema. Il film Selvaggi appare per un attimo in tv e la classica comitiva in gita ricorda quella mitica di Vacanze in America. Sopravvive lo scontro genitori figli ma si fa. come tutto del resto, sempre più sciatto e più volgare. I Vanzina sapevano anche intenerire, ora sanno solo intrattenere e far ridere i teledipendenti. Dalatri può ancora dare di più a meno che non rimanga imprigionato nel redditizio gioco natalizio. Speriamo che il piccolo insuccesso del suo leggerissimo film lo invogli a riprendere la più proficua e non trascendentale riflessione socio-generazionale.

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