Emma Bell%2C Shawn Ashmore%2C Kevin Zegers%2C Adam Green
Premessa: La Grande Corsa all’Oro.

Cube, The Descent, Buried, 127 Hours… Frozen.
Molti nordamericani si sa, sono rimasti quelli che erano ai tempi del selvaggio west: abili cercatori d’oro. Funziona più o meno così: qualche vecchio pazzo masticatore di tabacco e occhio di vetro, sulla sponda di un torrentello del Colorado, insisti che insisti, si ritrova nel setaccio una pagliuzza del nobile metallo. Stenta a crederci lui stesso, giura di non farne parola con nessuno, ma già la sera al saloon in preda ai fumi dell’alcool, è lì a vantarsene e pretende di pagare a buffo. Nel vecchio west le voci girano anche senza internet e, tempo qualche giorno, piombano lì come cavallette disperati da tutti gli stati dell’Unione a contendersi il presunto giacimento.

La stessa storia si ripresenta nella Hollywood dei generi e nei suoi suburbi “indipendenti”. Non a caso per definire un sottogenere cinematografico che rappresenta il gusto corrente di un segmento di pubblico in una data epoca si parla di “filoni”. E il filone, una volta scoperto, non si molla finché non è completamente esausto, con una curva di sfruttamento che raggiunge velocemente l’apice per poi crollare lasciando intorno solo cascami culturali.

Il genere horror fornisce l’esempio più limpido dello schema exploitation di un giacimento prezioso:
fase 1: rinvenimento della pagliuzza e sbronza allegra = Film prototipo seminale e successo inatteso al botteghino. Cult;
fase 2: corsa all’oro e prosperità del villaggio = Ingegnose variazioni sul tema con opere spesso all’altezza dell’originale. Blockbusters;
fase 3: posizionamento e sfruttamento intensivo = Dalle retrovie arrivano i geni della finanza creativa che allontanano a calci nel sedere i creativi genuini e si gettano nell’affare obbligando qualche giovane story writer a lavorare nottetempo a una sfilza di cloni, sequel, prequel, e frullati misti di plot precedenti. Coazione a ripetere e decadenza;
Fase 4: Ghost town, il filone si esaurisce e il villaggio viene abbandonato in tutta fretta. = Il pubblico è stufo di sentirsi preso in giro. E’ la spoliazione all’osso e il trionfo del turbocapitalismo finanziario sulla creatività. Nessuno ammette di esserne stata la causa. La solita vecchia storia del prendi soldi e dattela a gambe.

Considerazioni ai margini. Dal diario personale di un atleta mancato… per un pelo.
Non so a voi, ma a me i tre snowboardisti della domenica protagonisti di Frozen, l’ultimo bel survival horror scritto e diretto dal promettente Adam Green, riportano indietro di qualche anno quando, da ragazzino, mi capitava di frequentare le località sciistiche, soprattutto quelle pop&cheap dell’Abruzzo. Faccio parte di quelli che hanno sempre vissuto qualsiasi sport come una sostanziale perdita di tempo, un atteggiamento di spocchiosa superiorità che naturalmente malcelava la frustrazione di considerarmi un’assoluta schiappa in quasi tutte le discipline agonistiche. A scuola l’ora di educazione fisica era una vera tortura, resa ancora più indigeribile dall’ottusa malvagità dell’istruttore che pareva una caricatura dell’archetipo di tutti gli addestratori militari più sadici che il cinema ricordi.
 Ma sciare… beh quella era un’altra storia. Ad attrarmi è sempre stato il contesto pseudo-naturale in cui si pratica, quel mix ben calibrato di terre selvagge e facilities del turismo di massa che garantisce piccoli brividi da sport estremo, resi tollerabili dalla presenza del chiosco con le patatine fritte, i servizi igienici e il gatto delle nevi, pronto a intervenire al minimo incidente. Un lunapark di piste ben battute che si fanno strada tra boschi un tempo inviolati, (devastando inesorabilmente gli habitat montagnosi, avrei scoperto quando la mia coscienza ambientalista sarebbe uscita dallo stadio larvale e la storia si sarebbe smarcata dagli ecologicamente scorrettissimi, per altri versi irresistibili, anni ’70). Chi ha avuto l’opportunità di trascorrere sulla neve anche solo poco più di una settimana conoscerà bene la sensazione di profonda pace interiore che ti assale quando, dopo estenuanti slalom tra sciatori della domenica, bande di snowboardisti alcolizzati e bambini lanciati giù a 400kmh come siluri umani, la mattina del lunedì si arriva sulle piste, tornate di colpo candidamente sgombre e silenziose. Sì, perché sciare nel weekend è da sfigati. Ancora di più se non si ha la possibilità di raggiungere le località sciistiche a cinque stelle con centinaia di chilometri di circuito ben attrezzato e ci si deve accontentare di piste spelacchiate in cui il dislivello è poco più di un’illusione ottica e gli impianti di risalita sono ferraglia arrugginita.

Vi chiederete perché vi ho raccontato tutto questo? Beh intanto per prendere tempo e raccogliere le idee. Poi, per sconsigliarvi di vedere questo film se:
1) preferite il mare alla montagna; 2) Preferite fare le scale perché rimanere bloccati in ascensore può essere seccante; 3) non avete mai avuto un buon rapporto con la favola di cappuccetto rosso; 4) l’intensità della vostra immedesimazione con lo schermo è tale da avere un effetto immediato sull’alterazione della vostra temperatura basale.


Emma Bell%2C Shawn Ashmore%2C Kevin Zegers%2C Adam Green
[**°]Frozen, il nuovissimo survival thriller di Adam Green già regista della commedia horror Hatchet. Intepreti Emma Bell, Shawn Ashmore, Kevin Zegers
. Sembra proprio che uno dei denominatori comuni a tutte le nostre belle società avanzate e simbolo universale dell’effetto nefasto delle leggi di mercato sul controllo dei prezzi sia il costo esorbitante e totalmente inspiegabile degli impianti di risalita sulle piste da sci. Finalmente qualcosa per cui varrebbe la pena riunire le classi degli sfruttati al grido: “sciatori della domenica di tutto il mondo unitevi!” In attesa della creazione di un'avanguardia rivoluzionaria, i tre giovani squattrinati snowboardisti di Frozen, chiaramente digiuni in fatto di coscienza di classe, tentano, peraltro riuscendovi senza troppi sforzi, di corrompere un altro proletario, l’addetto agli impianti di risalita, infilandogli in tasca qualche dollaro di mancia per scroccargli un passaggio in seggiovia. La corruzione, come si sa, di solito paga. Ma la corruzione non è una bella cosa, e se pure i nostri riescono a conquistare la vetta con la truffa, noi abbiamo il presentimento che qualcosa di molto brutto stia loro per accadere. Non è forse vero che l’horror americano, anche il più trasgressivo, debba restare in fondo fedele alla sua tradizione moralista e puritana? Certo, un presentimento, il mio, sostenuto dalla consapevolezza di assistere proprio a un horror e non a una commedia br
illante, per cui qualcosa di brutto ci si deve pur aspettare, no? E poi ci sono i trailer per niente rassicuranti e quella review grondante sangue sul sito splatter gore.com… Ma noi continuiamo a fingere che il nostro funesto presagio sia ispirato da ragionamenti ben più elevati…
Emma Bell%2C Shawn Ashmore%2C Kevin Zegers%2C Adam Green Altre nubi sembrano voler offuscare la serenità della gita: intanto veniamo a sapere che l’affiatamento del trio è piuttosto di facciata e dissimula un classico conflitto emozionale. Una coppia di fidanzati e il migliore amico di lui: la coppia è appena uscita dalla fase tre-metri-sopra-il-cielo di totale autarchia e di sesso intensivo e cerca goffamente di riannodare i rapporti col mondo esterno. Dal canto suo l’Altro, single impenitente, non può che rimpiangere i pomeriggi trascorsi con l’amico, ben riforniti di birre ghiacciate, a guardare la partita in tv e a strafarsi di erba. La gita sulla neve, lungi dal ravvivare la vecchia amicizia sembra destinata a incrinarla ulteriormente. Non tanto per il ruolo di “reggi moccolo” a cui l’Altro potrebbe legittimamente sentirsi confinato, quanto per la profanazione di un luogo che era stato il regno esclusivamente maschile della loro passione sportiva (tralascerò qui la palese corrente omofila che questa triangolazione sottende).

Già qui notiamo con piacere come il regista, alle prese con una materia che sarebbe potuta scivolare volentieri nel tritacarne dell’ennesimo ameno teen horror, con personaggi  tagliati con l’accetta (metafore più che calzanti trattandosi di cinema slasher), non trascuri invece una certa caratterizzazione dei protagonisti, fornendo ai loro ruoli una dimensione esistenziale dal sapore genuino, sempre nei limiti della complessità drammaturgica che il genere può ragionevolmente sopportare, senza trasformarsi in meta-cinema o in post-modernariato tarantiniano chic. E per buoni tre quarti d’ora di film assistiamo a un discreto gioco d’attori che ricorda i saggi del corso di recitazione nella prima gloriosa serie di Fame-Saranno Famosi (ricordate le lacrime quando Dorothy, la riccia ragazza ebrea, stufa di essere prigioniera dei ruoli brillanti, dimostra di sapersela cavare altrettanto egregiamente in una parte drammatica?).
Shawn Ashmore%2C Kevin Zegers%2C Adam Green Capita pure che il regista-sceneggiatore si faccia prendere la mano dall'eccesso di botta e risposta non sempre sagaci, col risultato che il dialogo, mediamente ben ritmato, inciampi sulla sovrabbondanza sfiorando il ridicolo, senza mai realmente cascarci dentro. Attori più consumati avrebbero potuto rendere fluide e accettabili certe forzature dello script, ma la relativa freschezza del cast e la mancanza di star vere e proprie è un punto a favore per un film che punta molto sulla carta dello shock di realismo. Chi di voi crederebbe davvero che Angelina Jolie o Matt Damon siano disposti a restare notte e giorno appesi a un filo a 15 metri d’altezza con il culo al freddo sotto una vera tormenta di neve?  E racchiuso in questo interrogativo sta il segreto dell’efficacia di Frozen che, diversamente della quasi totalità dei survival horror visti di recente, non attiva la sua azione disturbante a partire dal dato claustrofobico, quanto piuttosto dalla quota di autenticità visiva che trasuda da molte sequenze, dalla sfida fisica e corporea di attori e troupe messi a repentaglio dalle condizioni estreme e malsane della location.

Quando, del tutto prevedibilmente il meccanismo orrorifico si mette in azione, con i nostri tre aspiranti ghiaccioli rimasti sospesi nel vuoto, intrappolati sulla seggiovia, consapevoli che gli impianti resteranno chiusi fino al weekend successivo e nessuno arriverà per salvarli prima d’allora, e cominciano a sentire freddo, e dalla foresta provengono suoni minacciosi, e insomma pare che le cose si mettano davvero male, ammetto che qualche brivido ha percorso la schiena persino di noi altri vaccinati consumatori seriali di cinema horror. Perché qui sta il colpo di  genio del regista Adam Green, questo pazzo sadico, questo discepolo bostoniano severamente disturbato di Werner Herzog!

Lo stesso Green lo ammette candidamente parlando della relativa facilità del casting: per ridurre drasticamente il numero di candidati ai ruoli di protagonisti è bastato spargere la voce dell’intenzione di girare direttamente sul posto, a 3000 metri di quota, su una seggiovia sgangherata, con raffiche di vento e occasionali bufere di neve; nessun effetto speciale al computer, niente riprese in studio col green screen. La leggenda vuole poi che, per riprendere la scena nel modo più efficace, lo stesso Green assieme al baldo direttore della fotografia Will Bart, si siano arrampicati su un trabiccolo appeso al cavo della seggiovia, che “sembrava un cesto per raccogliere le ciliegie”. Di là dall’epica un po’ auto-celebrativa di queste note di regia, sembra proprio che un'iniezione di reality, meccanismo tanto perverso quanto abusato nei format televisivi, sul grande schermo possa ancora infondere nuova vita a un filone già stra-sfruttato.

Insomma un cinema ruvido inteso come sport estremo opposto a un cinema di paccottiglia contraffatta in 3D. Ben fatto davvero, Adam, Will… e naturalmente la bella Emma e Shawn e Kevin e tutti voi, ragazzi alla Bigger Boat e Ariescope Pictures! Sarete i miei eroi per la prossima mezz’ora!

Emma Bell%2C Shawn Ashmore%2C Kevin Zegers%2C Adam Green
P.s. Ecco servito un soggetto vincente per il prossimo agghiacciante survival thriller:

I due protagonisti si risvegliano nel buio di una sala cinematografica deserta, priva di aria condizionata, le tappezzerie dei sedili luride impregnate di burro rancido, il pavimento pericolosamente scivoloso per la presenza di residui tossici di pepsi impoverita. I due disgraziati ricordano soltanto di aver perso di colpo i sensi, dopo essere stati sottoposti a piccole micidiali dosi di zingarate, irradiate dalla commedia-horror: “Amici Miei”, il remake barra prequel, ovvero “come tutto ebbe inizio… e come poi proseguì, col cadavere del Maestro Monicelli che prima si rivolta nella tomba e poi proprio non ce la fa più e decide di tornare nel mondo dei vivi travestito da Savonarola-zombie con la supercazzola per fare un culo così a cinque idioti che si spacciano per commedianti e al loro stolto capocomico, il guelfo (n)ero Parenti, come se fosse antani”.           
Per completezza c’è da dire che, anche se il suddetto film è già uscito in molte sale, il titolo è ancora provvisorio e la produzione sta pensando di sostituirlo in corsa con un più sintetico e schietto: “Amici miei…che s’adda fa pe’campa’!”           
Insomma i nostri due eroi si rendono conto che non esiste via di fuga: l’uscita principale è ostruita dalla sagoma enorme di un piranha in 3d. Di cartone, ma non si sa mai. Le uscite di sicurezza sono bloccate dall’esterno su precisa disposi
zione della protezione civile di Bertolaso. “Siamo in trappola!” gridano infine all’unisono rivolgendosi l’uno all’altro con aria tonta. Non c’è neanche il tempo per la battuta successiva (qualcosa tipo “Fateci uscire da qui!!”) che sullo schermo, improvvisamente illuminato dal fascio pulviscolare di un proiettore che ha preso misteriosamente a funzionare senza che mano umana l’abbia azionato, cominciano a scorrere in loop ininterrotto – “Oh no! ditemi che non è vero!” – i primi fotogrammi dell’opera omnia dell’attore-regista Luca Barbareschi, alias il Trasformista, alias Luca Barbareschi. 
L’orrore, l’orrore!!

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