[****] – Dopo il suo esordio alla regia con il film Concursante (t.l.: Il concorrente, 2007), che ha ottenuto diversi riconoscimenti e l’apprezzamento del pubblico, Rodrigo Cortés ha realizzato un film ad alta tensione degno del maestro della suspense Alfred Hichcock, dal lavoro del quale il regista ha imparato molto. Cortés è fermamente convinto che una storia, per essere grande, non ha necessariamente bisogno di grandi ambientazioni o di numerosi personaggi. Ciò che conta è la storia e come viene raccontata, attraverso una serie di inquadrature e il ritmo che queste scandiscano insieme al personaggio. Il fine primario è quello di catturare l’attenzione dello spettatore e mantenerlo concentrato su ciò che sta guardando fino alla fine.

Buried è dotato di una cassa di legno, un personaggio e alcuni espedienti tecnici che hanno reso possibile l’impossibile.

Paul Conroy si ritrova rinchiuso in una cassa deposta sottoterra con un cellulare, un accendino e una matita. Nei primi minuti lo sconcerto e il disorientamento, nel non capire dove si trovi, prendono il sopravvento. Cerca di spingere le pareti della cassa con tutta la forza della disperazione, senza riuscirci. Lo squillo del cellulare attira la sua attenzione: sarà questo l’inizio di un viaggio lungo novanta minuti per riuscire a farsi aiutare dall’esterno.

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Buried
è stato presentato al Sundance Film Festival, tenendo la platea col fiato sospeso. Rodrigo Cortés è riuscito in pieno nel suo scopo primario, il film tiene inchiodato lo spettatore alla sedia facendogli provare fisicamente ciò che accade sullo schermo. Cortés, infatti, considera Buried una pellicola molto fisica, quasi tattile, “che deve essere sentita con ogni muscolo del proprio corpo”. Il regista riesce a ottenere tutto ciò con delle scelte stilistiche ben precise. Per novanta minuti la macchina da presa rimane sottoterra, nessuno spiraglio di luce, solo delle voci al cellulare. Questo perché lo spettatore deve vivere appieno tutte le emozioni e i sentimenti che Paul prova, ed anche le sue condizioni fisiche. La macchina da presa sta sul viso di Paul, sulla pelle, sulle gocce di sudore che gli rigano la guancia, sul sangue misto al terriccio sul collo. Lo spettatore percepisce concretamente in che condizioni si trovi il suo fisico, un corpo che ha una minima libertà di movimento e ogni gesto risulta molto gravoso per l’uomo. L’unica realtà che il nostro eroe conosce è un buco nero che lo sta lentamente risucchiando e si aggrappa con la forza della disperazione all’unica connessione col mondo esterno, che gli dimostra quanto siano labili i rapporti umani.

Rodrigo Cortés ha voluto delineare la mediocrità umana e la noncuranza della burocrazia, che ha la capacità di uccidere, metaforicamente, un individuo lentamente. Nei momenti in cui Paul dialoga al cellulare con i vari interlocutori, esce fuori uno humour che stempera la tensione, ma fotografa la realtà in un modo straordinario. Il protagonista viene messo in attesa più volte e rimpallato da un interlocutore all’altro, dovendo non solo raccontare tutto da capo, ma anche sentirsi ammonito se alza la voce o risponde con un tono non consono. Il regista mostra la posizione umana dei vari personaggi che si susseguono al cellulare. Uno, più di tutti, crea lo sdegno nello spettatore, per la meschinità, la freddezza e il totale menefreghismo, non solo individuale ma del sistema che rappresenta.buried%2C sepolto vivo%2C Ryan_Reynolds%2C CortèsCortés riesce eccellentemente a fare tutto ciò in uno spazio limitato, arrivando a costruire un mondo. Ha iniziato dal non pensare alla cassa, per non pensare a una limitazione. L’ha trattata come una qualsiasi altra location. Ha fatto costruire sette casse diverse, che soddisfacessero le necessità differenti, in modo tale da consentire tutti i movimenti di macchina che aveva in mente. Una volta messo a punto gli aspetti tecnici, ha puntato sulle emozioni e ha scrutato nei sentimenti umani, facendo emergere “tutto il catalogo di emozioni umane” (Cortés). È riuscito a portare un universo intero in una cassa di legno. All’inizio lo spettatore non sa nulla di Paul, questi è solo un uomo sepolto in un buco nero, alla fine dei novanta minuti sa praticamente tutto di lui. Sono delineati il panico, l’angoscia, la rabbia, la frustrazione, la speranza, l’accettazione e molto altro. La sensazione di claustrofobia dura solo i primissimi minuti, in cui si sente il fiato corto e ansioso di qualcuno che non si vede ancora. Poi le pareti esplodono “non importa più dove sei, ma dove stai andando” (Cortés).

Buried è un thriller dominato dalla suspense e dall’azione, dimostrando che la si può ottenere anche in uno spazio esiguo. È diviso in tre atti, ognuno dei quali finisce con un movimento di macchina, che lascia la situazione in sospeso per alcuni secondi. Questa scelta è visivamente potente e mette colui che guarda nella condizione di avvertire un distacco minimo, che allenta momentaneamente la concitazione a cui è andato incontro fino a quel momento.

Ryan Reynolds è straordinariamente bravo, con piccoli gesti riesce a dare un ventaglio di emozioni vario, facendoli convergere al momento giusto, dimostrando di avere un perfetto senso dei tempi drammatici.

Buried è un film magistralmente diretto sotto tutti i punti di vista. È un capolavoro, non si può dire altro.

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