Perchè sì

Perchè no

di Fabrizio Croce

Il cinema di Martin Scorsese approda a Shutter Island. Se dovessimo identificare l’ormai quarantennale carriera del regista italo-americano dentro l’immagine di una personale odissea che si è fatta continuamente tentare dalle visioni e le suggestioni, dalle chimere e dagli inganni della sirena-cinema, il verbo approdare non potrebbe essere più appropriato, non solo perché Shutter Island è effettivamente un’isola che si trova nella stato del Massachusetts, vicino Boston; ma soprattutto perché si tratta di un luogo della memoria e del pensiero rivestito dalle pareti di un ospedale psichiatrico dove si sviluppa la mistery story che sta alla base del romanzo del bostoniano Dennis Lehane, il quale all’anima malata e segreta della sua città ha già dedicato due romanzi che si sono prestati a diventare cinema. Il potente (nella forma) e desolante (nella riflessione) Mystic River dell’ultimo dei grandi disillusi Clint Eastwood, e il blando e raffazzonato Gone baby gone del bravo ragazzo americano Ben Affleck, che forse ha visto troppo poco e troppo in superficie per capire le reali profondità del Male che la scrittura di Lehane ha scovato, rivelato, posto come unico valore soggiacente in una realtà senza colpa e senza redenzione, senza responsabili e senza vittime. Per questo il manicomio di Shutter Island dove, agli inizi degli anni ‘50, approdano due poliziotti chiamati a investigare sull’evasione di una paziente pluriomicida, si presenta come la manifestazione assurda e terrificante (forse terrificante perché assurda) di cosa succede quando il meccanismo che sta alla base del mondo che conosciamo si inceppa, va in tilt, e tutte le emozioni, i pensieri, i ricordi, in una parola l’identità di ciascun essere umano si confonde e si perde, sfuma dentro altre identità, sovrappone le esperienze di altre storie, costringendo la parte sana, organizzata, razionale di quello stesso mondo ad inventarsi una zona morta dove isolare e dimenticare persone ridotte a fantasmi, metafore carnali delle ombre della mente. E come Mullholland Drive di David Lynch o Chinatown di Roman Polanski, altri due cantori della percezione distorta e alterata della realtà, anche Shutter Island diventa una parola che evoca la visione di un mondo interiore pronto ad assorbire ogni barlume di possibile lucidità analitica. Tutto questo rende il caparbio tentativo dell’agente federale Teddy Daniels, che ha il volto sempre meno rassicurante e il corpo sempre più appesantito di Leonardo Di Caprio, un salto nel vuoto, nella vertigine del non senso, dove la spiegazione, se di spiegazione si può parlare, va cercata a ritroso all’interno del proprio io, inteso certamente in senso psicanalitico, ma che Scorsese riesce a trasformare nel suo cinema, con tutti i difetti e i pregi che gli appartengono. Ricordo che una delle obiezioni più ovvie che venivano fatte a In The Cut, l’inquietante psicothriller sessuale di Jane Campion, era relativa allo scioglimento dell’aspetto thriller della trama, il whodunit (chi è stato?), la scoperta dell’assassino, mettendo in ombra la reale natura del film, vale a dire il suo essere una visionaria riflessione sulla parte malata e rimossa del desiderio femminile, la ferita dentro la vagina che accoglie, soffre e sanguina. Credo che lo stesso tipo di appunto potrebbe essere fatto anche alla struttura narrativa su cui è costruito Shutter Island, un gioco di scatole cinesi tanto appassionante da seguire come puro piacere quanto piuttosto ovvio da smascherare, anche solo per chi è stato attento spettatore degli ultimi dieci anni di un certo filone del cinema noir e fantasy (Il sesto senso, The Others); ma un simile atteggiamento verso quest’opera viscerale e disperata servirebbe solo a minimizzare il disagio che provoca, lo spiazzamento sotto le ceneri spente di una razionalità che non è più capace di contenere le energie primordiali e liberatorie della follia. Scorsese, come la Campion, osa guardare dentro il taglio virulento e infettato e si abbondona al contagio, lasciando che le sue immagini, già per loro natura cariche di passione anche cinefila (il film è anche un grande compendio del cinema noir degli anni ‘40 e ‘50 dall’Hitchcock psicanalitico di Io ti salverò al Fritz Lang americano, ma anche al turgido Samuel Fueller), vengano sovraesposte all’esasperazione dello sguardo interno dei malati che racconta non tanto come personaggi, ma come segni di un microcosmo sia personale che collettivo, frammentato, destrutturato, perduto. Seguendo questo percorso Shutter Island è marcato visivamente dalla presenza dei volti che si contrappongono a quello Di Caprio/Teddy Daniels e che sono, ognuno a suo modo, segnati da sfregi, mutilazioni, imbrattati del sangue e corrosi dal fuoco, due simboli nei quali Scorsere immerge letteralmente la dimensione fisica e psicologica dei suoi personaggi, per compiacerne, voluttuosamente, il piacere del martirio e la possibilità dell’espiazione. Il cupo pessimismo che portava alla carneficina, uno dopo l’altro, di quasi tutti i possibili rappresentanti del Bene e del Male in The Departed trova qui il punto più alto della sua espressione, perché in questo caso tutte le facce della medesima medaglia trovano spazio dentro un unico corpo, un unico volto, un’unica storia che però porta sulle proprie spalle il fardello di quello che è stato identificato come il Male assoluto dello scorso secolo e che all’inizio degli anni Cinquanta, ancora non elaborato e analizzato, bruciava come un groviglio di colpa, rabbia, inimmaginabile orrore: i campi di sterminio nazisti, quella visione di morte organizzata, pensata, razionalizzata che Teddy Daniels, da soldato liberatore dell’esercito americano, aveva trasportato dall’altra parte dell’oceano, guardando l’ospedale psichiatrico, altra struttura organizzata, pensata e razionalizzata, con gli occhi del lager. Questo approccio rappresenta l’ennesima e più spaventosa suggestione visiva, un’analogia che lascia senza scampo ogni residua speranza nell’umanità, nella sua possibilità di rompere la catena del sopruso e della violenza, in qualsiasi contesto e in qualsiasi epoca. Cosa rimane a questo punto se non l’amore? Non quello concepito in senso assoluto  e universale, ma quello intimo, privato, essenziale tra un uomo, una donna e i loro figli, la famiglia, il nucleo primigenio di ogni struttura sociale. Il contagio del Male in Shutter Island non risparmia neanche la forma più basilare di affettività, anzi è proprio nel focolare domestico che si annida per allargarsi come una macchia, la grande trappola che paralizza e concede come unica alternativa l’omicidio per liberarsi dalla schiavitù dei sensi limitati e della mente ingannevole. Ma in Scorsese non si può dimenticare o rimuovere la presenza dell’amore anche dietro il più cupo dei presagi e il più contorto dei labirinti psicologici, e questa presenza che assume il volto ora caritatevole ora terrificante di Michelle Williams, attraversa la desolazione esistenziale come uno struggente rimpianto. Così nel finale, mentre Di Caprio va incontro al suo destino, vorremmo che si voltasse verso una finestra per cogliere il riflesso del volto della Williams, memori del riflesso del volto di un’altra Michelle, la Pfeiffer de L’età dell’innocenza. E in questo caso nessun incubo o allucinazione o inganno. Semplicemente un ricordo.

di Sergio Sozzo

Ospitiamo la recensione di Sergio Sozzo pubblicata su sentieriselvaggi.it

Il guaio di un classicista, quando guarda il cielo, non si chiede perché: dipinge il cielo.
Il guaio di un impressionista, di fronte al cavalletto, non sa più chi egli sia,
fermo a fissare il cavalletto.
I ricordi surrealisti sono troppo amorfi e tronfi
e quei pittori macho di downtown son soltanto alcolizzati.
John Cale, Lou ReedTrouble with the classicists

L’opera recente di Martin Scorsese è sempre più pura scenografia, luogo della memoria attraversato dalle suggestioni cinefile che abitano le visioni del più grande storico del cinema mai capitato dietro la macchina da presa in America. Da questo punto di vista, complici l’illuminazione e la concezione fotografica dello stesso Robert Richardson, Shutter Island sembra spartire con il portentoso Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino – ambientato in un periodo storico e in situazioni non troppo dissimili – la concezione di personal journey lungo le stanze di una Storia in cui il passato può essere solo il Cinema, una Storia che è già Cinema e soprattutto viene riconosciuta in quanto tale. Scorsese non possiede più la furia iconoclasta dell’allievo, ma ha anzi il piglio, ormai puntualmente malinconico e archeologico, di uno sguardo incanalato nelle possenti e mirabili ricostruzioni di Dante Ferretti, che travalicano – forse, mai come stavolta – la funzione di set per diventare reale veicolo dei riferimenti metacinematografici (qui, come altrove, in Gangs of New York o in The Aviator). Alla stregua dell’inafferrabile Mick Jagger, inseguito ma sfuggente nella sfida al coperto del palco degli Stones in Shine A Light (davvero il testo centrale dell’ultima produzione scorsesiana sia doc che fiction) è qui il segno contemporaneo di Leonardo Di Caprio a ribellarsi all’addomesticamento. Attore dalla consapevolezza sempre abbacinante, Di Caprio per tutto Shutter Island ancora una volta si sbraccia, scalpita, si svincola e si dimena nel tentativo impossibile, e in ultimo fallimentare, di autoconvincersi che possa esistere ancora una direzione, la possibilità di una storia che non sia già la Storia, il Passato come unica dimensione accettata dall’ultimo Scorsese.
Eloquente, all’interno di questa dialettica temporale tra ‘passato’ e ‘presente’ era la prima vertiginosa mezz’ora del pasticciatissimoThe Departed: un continuo slittamento tra le traiettorie dei personaggi di Di Caprio e Matt Damon, che parevano davvero appartenere a due film differenti – il primo bloccato immobile nella stanza di Alec Baldwin, e poi costretto a muoversi solo nello spazio dei flashback incrociati con il ‘futuro’ del personaggio di Damon, quest’ultimo in opposta, costante ‘avanguardia’.
Come nel finale di quel film, il Di Caprio/talpa che erode la cupola perfetta, laccata e dorata di Hollywood è Leonardo Di Caprio e Ben Kingsley in Shutter Island destinato anche stavolta alla rassegnazione finale, volente o nolente, e all’annullamento conclusivo per mano del mezzo del futuro.
È chiaro, dunque, come ci si disinteressi ben presto al grossolano meccanismo messo in moto dal plot di Dennis Lehane (scrittore mediocre, che sul grande schermo – vedi Eastwood e Affleck – deve puntualmente essere ‘asciugato’ e ‘affinato’ per funzionare), assolo a schizofrenia progressiva messo in mano proprio a Leonardo Di Caprio, in crescente delirio paranoico, fatto interagire a turno con i pezzi di bravura dell’eccellente cast di contorno (Ruffalo, Kingsley, Von Sydow, Ted Levine, Jackie Rorshach Earle Haley, Elias Koteas…).
Così come divertono sempre meno i rimandi ‘scoperti’ all’onirismo noir da immaginario classico (Ulmer, Hitchock, Lang, con un sospetto di omaggio anche alle atmosfere poeiane del padrino Corman), che probabilmente per Scorsese rappresentano invece il motivo e il senso ultimo di un progetto che riesce a stenti a infuocarsi del sincero sentimento melodrammatico che sembra voler – e non poter – far scaturire dalle visioni più dolenti della pellicola.
Ecco, il Cinema di Scorsese sembra ormai aver perso definitivamente la capacità potentissima che aveva di esplodere anche al di fuori dello schermo, di esondare dai confini della sala per mutarsi in un caldo abbraccio condiviso, virando decisamente verso una messinscena tutta interna a una raffinata camera-Storia, di nuovo non troppo dissimile dalla sala cinematografica in cui il regista Eli Roth ammazza Hitler in Bastardi senza gloria: solo che in Tarantino il fascio dell’immagine viene in questo modo liberato e si spande ancora nell’aria, mentre in Shutter Island la decisione, reiteratamente dichiarata dai ‘pazzi’ e dal finale (Europa 51?), non può che essere quella di restare internati.

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