di Maria Giovanna Vagenas/ Come ogni anno il Cinéma du Réel, evento faro del cinema documentario in Francia, ha investito dal 15 al 24 marzo il Centre Pompidou accogliendo registi provenienti dal mondo intero pronti a condividere, in un’atmosfera distesa e conviviale, il loro lavoro e le loro aspirazioni con il pubblico e gli addetti ai lavori.

Particolarmente attesa, questa 41esima edizione del Cinéma du Réel rappresenta un punto di svolta per la manifestazione: dopo un solo anno sotto la direzione di Andrea Picard le redini del festival passano a Catherine Bizern.

Con Catherine Bizern l’evento può contare su una nuova direttrice di grande esperienza. Entrando a fare parte dell’ADDOC (associazione dei documentaristi) nel 1992, Catherine Bizern ha avuto l’occasione di conoscere e frequentare alcuni dei più grandi nomi del documentario francese, membri fondatori dell’associazione, come Nicolas Philibert, Denis Gheerbrant, Claire Simon, Richard Copans e Jean-Luis Comolli. Contando su queste competenze ha creato in seguito con Claudine Bories i Rencontres du cinéma documentaire, attività che ha svolto durante un decennio, per venire infine chiamata a dirigere, dal 2006 al 2012, il prestigioso festival Entrevues di Belfort.

Assumendo il suo incarico, la nuova direttrice ha dovuto confrontarsi con una serie di problemi intrinsechi ed estrinsechi alla manifestazione. Dopo una serie di edizioni dalla programmazione fluttuante ed incerta, in un panorama festivaliero sempre più competitivo, il Cinéma du Réel è chiamato, in primo luogo, a rivendicare la propria specificità rispetto a due festival nazionali dal profilo ben definito; il FID di Marsiglia che, puntando sull’esclusività dei film presentati in prima nazionale o mondiale, privilegia un’ampia ibridazione dei generi e il rigore formalista del gesto estetico e Les états généraux du Documentaire che, impiantato da vent’anni a Lussas, un paesino in piena zona rurale, si contraddistingue per la sua spiccata implicazione socio-politica e l’esigenza teorica dei suoi dibattiti, polo di attrazione per un folto pubblico specializzato.

Forte della sua competenza nel campo dell’organizzazione e delle sue conoscenze nell’ambito del documentario, Catherine Bizern ha saputo creare un evento festivo che punta all’essenziale mettendo in primo piano l’atto creativo in sé e una riflessione sul significato e sulla funzione del genere documentario in quanto strumento di presa diretta sul reale. Impegnata e presente su tutti i fronti, pronta a sconvolgere status quo e idee preconcette, la nuova direttrice è riuscita a costruire, attraverso una programmazione chiara e ben definita e una fitta rete di scambi e discussioni fra i registi e il pubblico della manifestazione, le premesse per un nuovo inizio.

La conversazione che segue ha avuto luogo al Centre Pompidou il giorno di chiusura del festival. Con la vivacità e la generosità che la contraddistingue, Catherine Bizern ci ha parlato del suo modo d’immaginare, progettare e gestire il Cinéma du Réel; un’occasione preziosa per fare il punto, parlare del presente ma anche del futuro possibile e auspicabile per la manifestazione all’interno dell’ambito, sempre più complesso, del mondo dei festival.

 

Il Cinéma du Réel é giunto quest’anno alla sua 41esima edizione. Riprendere le redini di questa manifestazione significa confrontarsi con una lunga tradizione ma anche con la necessità di un rinnovamento. Qual é la sua visione del festival?

 Amo molto questo mestiere. L’organizzazione di un festival è un’attività che mi entusiasma in ogni suo aspetto: programmare dei film, invitare degli ospiti, creare degli incontri e delle opportunità di discussione e di riflessione con il pubblico. Vorrei fare del Cinéma du Réel un luogo pieno di vita, aperto alla comunicazione e agli scambi in cui gli spettatori abbiano voglia di passare del tempo e non vengano semplicemente per vedere un film e ritornare poi, subito dopo, a casa.

L’esperienza dello spettatore deve essere rimessa in questione, eccitata, interrogata; mi sembra importante aprire la griglia della programmazione, cambiare il modo di mostrare i film per far si che l’esperienza dello spettatore possa rinnovarsi.

Vorrei sperimentare dei nuovi formati nella maniera di mostrare i film com’è stato il caso quest’anno per la proiezione del film Empire di Jerome Kevin Everson che dura otto ore per il quale abbiamo organizzato una sessione aperta in cui gli spettatori potevano entrare ed uscire a loro piacimento, oppure la proiezione della serie documentaria Le Village di Claire Simon che abbiamo mostrato in due grossi blocchi di cinque ore ciascuno, due giorni di seguito e che è stata una bella maniera per creare un senso di comunità fra gli spettatori.

Il Cinéma du Réel vuole essere anche un festival veramente accogliente per i cineasti, un luogo in cui possano trovare le risorse, l’energia e l’ispirazione per continuare a sviluppare la loro attività creativa.

Mi piacerebbe inoltre creare un’atmosfera amichevole ed aperta capace di attirare anche i colleghi di altri festival proponendo loro dei forum di discussione come, quest’anno, la tavola rotonda organizzata nell’ambito di una nuova sezione  “Le festival parlé ” sulla tematica della circolazione dei film nell’ambito dei festival e la problematica delle “prime”.

Quali sono le sue linee direttive rispetto alla programmazione?

Vorrei rimettere al centro della programmazione il cinema documentario vero e proprio e non i suoi “margini”. La programmazione non può essere intesa come una mera accumulazione di elementi eterogenei, la proposta di una lista qualsivoglia di film o un pot-pourri capace di soddisfare le esigenze e i gusti di tutti quanti.

Un festival per me è come un organismo vivente; al suo interno, i differenti aspetti di cui è composto devono trovare delle corrispondenze, devono potere raccontare una storia, devono potersi completare gli uni con gli altri. Per ogni nuova edizione del Cinéma du Réel la mia intenzione é quella di scegliere una tematica di base e cercare di creare una forma organica intorno a quest’idea di partenza.

L’idea di quest’anno è stata quella del gesto creatore dei cineasti. Seguendo questo filo conduttore, da una proiezione all’altra, ci si rende conto che tutti questi film appartengono, per così dire, ad una stessa famiglia. Un aspetto fondamentale, la base del cinema per me è la storia veicolata dal racconto (récit), attenzione dico bene racconto e non narrazione.

Nella mia concezione del festival é questo l’aspetto al quale sono voluta ritornare, mettendo in avanti l’idea di racconto contro quella del dispositivo, cioè l’aspetto più propriamente formale del processo creativo. Ovviamente esistono dei film che privilegiano il dispositivo e sono straordinari – ce ne sono peraltro vari nella selezione del Cinéma du Réel– ma, a mio avviso, questi film hanno un senso se il loro dispositivo è accompagnato da un racconto, perché è il racconto che è portatore di senso. Il dispositivo per me è piuttosto il marchio di fabbrica di un demiurgo che posa un suo filtro personale sul reale e lo osserva attraverso di esso, ma per me, ripeto, per essere “cinema” un film che privilegia l’aspetto formale deve anche raccontarci veramente qualcosa.

L’edizione di quest’anno punta, a mio avviso, su un ritorno all’essenziale, mira alla sostanza delle cose.

Nel mondo dei festival di cinema c’è una tendenza sempre più spiccata alla compiacenza, una corsa sfrenata per essere “alla moda” a tutti i costi. Perfino i grandi eventi cadono in questo enorme tranello che io considero estremamente futile. Una cosa a cui tenevo particolarmente era che il festival si riappropriasse e rivendicasse il termine di “documentario”, un termine che oggi, nel mondo del cinema, sembra diventato desueto. É una situazione alquanto peculiare nel momento in cui molti altri settori del mondo dell’arte sembrano rivendicare il termine di ‘documentario’ , si parla infatti di fotografia documentaria, di teatro documentario, di architettura e di coreografia documentaria. Ritengo sia particolarmente importante cercare di rivalorizzare questo termine ma anche mostrare che, nel linguaggio cinematografico, può significare un insieme di cose molto diverse.

La scelta dei due film di apertura e di chiusura è stata per me un modo per delimitare gli orizzonti del festival all’interno di quanto viene definito come creazione documentaria. Ho voluto inaugurare il festival con la proiezione di M di Yolande Zauberman, un film che ha la sua matrice nel cinéma diretto ma che é anche molto ricercato e suggestivo da un punto di vista formale in quanto si avvale di un montaggio estremamente ‘cut’ e di riprese esclusivamente notturne in cui i personaggi sembrano sorgere dal nulla…

Mi è sembrato altrettanto importante concludere il festival con Pardonnez moi si je hurle di Frank Beauvais, un film d’introspezione molto più sperimentale e assolutamente contemporaneo nella sua forma. All’interno di quella che è la scacchiera dei festival, il Cinéma du Réel vuole inoltre diventare una vera e propria piattaforma di lancio per il cinema documentario. New story, il distributore di M, ha accettato di non fare nessun’altra avant-première in Francia prima del Cinéma du Réel, permettendoci così di lanciare il film all’inizio del festival. Lo stesso vale anche per il film di Frank Beauvet che uscirà prossimamente distribuito da Capricci.

La ‘prima’ dei due film di apertura e di chiusura del festival, è stata una ‘prima’ in vista della loro uscita in sala; per me è molto importante sottolineare questo aspetto, cioè la relazione diretta fra il festival e la realtà della distribuzione.

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