di Fabrizio Funtò/ Per una volta concedetemi di non recensire il film, questo film. Lo faranno altri, e sicuramente meglio di quanto lo avrei fatto io.

Vorrei solo offrirvi uno spaccato della verità, piccola o grande che sia, che questo film contiene. Ma devo girarci intorno, un po’ al largo.

Ho provato a guardarlo con gli occhi di un ragazzo di oggi, e vi sono cose che difficilmente comprenderebbe. Sensazioni, emozioni, tremori e vibrazioni impliciti, che possono essere comprese solo da chi ha vissuto il periodo in cui il film è stato ambientato.

Però non desidero farlo da reduce, bensì da appassionato ai racconti per immagini e suoni. Offrire sensazioni attraverso questi segnetti neri ― simili alle tracce lasciate dalle zampe di una gallina impazzita ― che noi chiamiamo “scrittura”.

E che possono ricreare un mondo intero dentro ciascuno di noi.

Le scene e gli atteggiamenti descritti nel film, con incredibile accuratezza, sono veri. Incomprensibilmente veri. Migliaia di ragazzi, direi milioni, nei tardi anni sessanta e settanta, aprirono una porta che li immetteva in una terra di nessuno, sconosciuta, gloriosa e peccaminosa, infantile, giocosa e tutti quegli altri aggettivi che aprono giustamente il film, la narrazione del film.

Jean-Luc Godard era una persona impossibile? Sì, come lo erano in moltissimi. Quasi tutti.

Erano esploratori di un nuovo modo di vivere, di viversi e di esternare le proprie emozioni attraverso una mistica della rivoluzione ed una sostanziale, enorme, inimmaginabile rivoluzione sessuale e dei comportamenti interpersonali.

Oggi per noi, per voi tutti è normale. Ma all’epoca si viveva conficcati dentro la guerra fredda, uno stato postfascista, e una politica da pazzi.

Lasciamo perdere il talento di Godard. Se il suo cinema sia buono o cattivo: tralasciamo per un attimo il giudizio di valore.

La carta stampata, la rivoluzione imminente, ma soprattutto la televisione, il racconto continuo ed ininterrotto di ogni frammento di vita che trasformava persone singole, private, “incasinate” in divi del nascente intrattenimento ― era una bomba emotiva. Eravamo impreparati. Lo erano tutti.

Fu la gioia e la gloria degli psicanalisti. Ci andavano a frotte.

Perché ciascun borghese che poteva apprezzare il secondo messaggio rivoluzionario dell’Occidente, molto diverso dal primo marxista-leninista, e che però formalmente si ispirava alla stessa letteratura ― doveva pentirsi della propria classe di appartenenza e allo stesso tempo doveva usare le strutture borghesi, borghesissime, di comunicazione (la televisione, il cinema, la radio, i giornali, i mass media) per dare il proprio contributo alla rivoluzione.

Doveva usare le strutture borghesi per combatterle, doveva agire da borghese e allo stesso tempo combattersi, punirsi, negarsi: l’egualitarismo non prevede capi, non prevede il deus ex-machina-da-presa che è il regista, non prevede il Produttore, che è il Capitalista da negare, combattere, uccidere.

Tutta la rivoluzione incarnata dal cosiddetto “68”, è stata in realtà una “ribellione” vissuta da una giovane umanità troppo colta e troppo avanzata intellettualmente per non sfondare quella porta, ma totalmente impreparata alle conseguenze culturali psicologiche, umorali che quello sfondamento comportava.

E siccome le porte si sfondano con gli arieti, ebbene: Carlo Marx, Vladimir Ilich Lenin e perfino Lev Trotzski fornirono le corna ed il testone per ottenere quello scopo. Ma cosa c’entrassero quegli oscuri complottardi con i desideri ed i bisogni di una umanità in cerca di tutte le libertà, ora, subito, qui ― lo sa solo dio.

Infatti l’ideologia comunista era operaista, mente la ribellione dei ragazzi di Berkeley, del Maggio Parigino e dell’Autunno Caldo non lo erano affatto, ed intimamente non volevano esserlo. I ragazzi volevano liberarsi del lavoro e dal lavoro, per rompere tutte le camicie di forza culturali, morali, etiche e sessuali che li opprimevano. Per infischiarsene della carriera, dei soldi, del possesso di oggetti morti e di oggetti vivi (la gelosia).

 

L’impreparazione psicologica ed intellettuale fu enorme e devastante. Coniugata all’errore di essersi ficcarti sotto le bandiere della falce e martello, sotto l’ala protettrice di una ideologia che non li poteva rappresentare (ma di cui i loro antagonisti nutrivano paura e terrore: ah, che meraviglia, che senso di forza che dava!) ― anche a sinistra, dove i Partiti Comunisti erano essenzialmente delle famiglie chiuse staliniste, con tanto di padre-padrone segretario di sezione ― questa situazione ha generato una miscela esplosiva, nella quale gli individui singoli rimbalzavano da tutte le parti, con le bussole interiori impazzite.

Io c’ero. Non dall’inizio, ma poi ero lì. Ho annusato la ribellione, me ne sono nutrito con gioia, ho agito su me stesso, e sono riuscito finalmente a fermarmi quando si accesa una spia sulla mia console di guida: l’avvitarsi della ideologia e dello scontro ribellione/restaurazione ci stava inacidendo tutti. Ci stava stravolgendo, tramutando in dei mostri ideologizzati e totalitari.

Le nostre erano parole di vendetta e di odio. Odio contro il sistema, odio contro gli avversari, odio contro i governanti ed i poliziotti. Odio contro i professori, i nostri primi antagonisti. Odio contro i comunisti “regolari”, incapaci di annusare come noi il vento della rivoluzione, e arroccati nella reazione più stupida contro i giovani ribelli da arginare. Ed infine odio contro noi stessi, per la nostra immaturità, impreparazione, ideologizzazione.

Mi dissi che non volevo essere un odiatore. Si soffocava là dentro. E tanto bastò per farmi rivolgere verso la necessità di una maturazione interiore, personale, umana.

Li abbandonai. Recisi la cima che teneva la mia barca assicurata a quel molo. E fu giusto così.

Ma l’eco, la vibrazione di quella “perdizione” attraversa sicuramente questo film, e fa da specchio al personaggio di Godard, visto dalla moglie. Peraltro, anche nel film di Bernardo Bertolucci The Dreamers c’è la stessa eco.

Mi auguro che la possiate percepire. È importante che la comprendiate. Per non sbagliare come quella generazione. Come la mia generazione.

Ma allo stesso tempo per non limitarvi a vivere come esseri umani privi di qualità. E privi alla fine di umanità.

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