di Vincenzo Riccobono/ E se fosse vero. Se fosse vero che la vita aliena esiste e ha sviluppato pensieri, linguaggio, tecnologia e forme così spesso rappresentate, e che guarda caso appaiono radicati nel nostro immaginario al punto che talvolta sembriamo invocarli, tanto da auspicare un loro intervento per trarci dalle paludi stagnanti del nostro modo stantio di pensare e agire, dalla nostra ormai conclamata incapacità di evolvere lungo sentieri altri, più luminosi, con possibilità più aperte, vedute più ampie, più stimolanti.

Che c’è di male a lasciarsi trasportare nel sogno, a immaginare che lo spazio-tempo, curvato dalle equazioni matematiche crei nuove forme esistenziali e nuove traiettorie relazionali, finalmente prive della pesantezza delle nostre esperienze empiriche, sganciate dai triti modelli fisici e libere, nel nuovo linguaggio universale della mente vagante nel tempo e nello spazio a più dimensioni, e di costruire in questo modo un mondo nuovo? Non c’è nulla di male.

E il film ci trasporta lungo queste traiettorie con leggerezza, ci culla lungo questo percorso onirico, quasi un viaggio psichedelico verso la spiritualità e l’amore che possono essere raggiunti a partire dalla costruzione di un nuovo linguaggio universale, che solo menti aliene dal nostro greve determinismo possono donarci, o che forse noi abbiamo donato a loro senza saperlo, in una dimensione circolare del tempo che ancora ci deve essere rivelata.

Nel film, il messaggio appare invero essere questo, molto semplice. Il reiterarsi di un sogno infantile che si rinnova e si rigenera, si ripete ogni volta diverso nelle sue variazioni di genere in una apparente circolarità senza fine, senza morte. Ma la semplicità talvolta è una chimera, o ha bisogno di una elaborazione complicatissima per essere dispiegata ed afferrata e non è cosa da poco. Non è cosa che accade con naturalezza, c’è bisogno che questa si imponga e si fondi con i meccanismi della mente, che questa unità di pensiero e di corpo, di sensazione e intelligibilità del linguaggio giunga a maturazione.

Il regista declina questo tema con molta grazia e leggerezza, e con molta sapienza, rendendo questa semplicità tangibile, servendosi per fare questo del magnifico volto e dell’espressività meravigliosamente concreta e al tempo stesso trascendente di Amy Adams innanzitutto, e poi perché è capace di toccare dei tasti dimenticati, sepolti, o che pensavamo di aver seppellito, raggiungendo così una composizione convincente, a partire da una catena di ricordi, anche nostri, non solo quelli che compaiono nel film.

Libri racconti sogni desideri immagini, che man mano affiorano e  compongono visioni, così come i segni circolari della scrittura degli alieni creano quadri di grande complessità e bellezza. Siamo sicuri che Rembrandt non fosse un alieno? Siamo davvero sicuri che tantissime opere d’arte, o della mente o dello spirito, che ci stupiscono per la infinita molteplicità delle rivelazioni in esse contenute, per la complessità delle relazioni, per l’enorme coinvolgimento emozionale, non siano il frutto di una combinazioni di elementi che trascendono la mera esperienza individuale, la capacità tecnica o la sensibilità particolare per approdare a esperienze universali, fuori dal tempo, dallo spazio e dal linguaggio, anche matematico e musicale, che abbiamo strutturato? Siamo, in fondo, dei materialisti (e pessimisti), rifuggiamo da ogni consolatoria visione, e  non siamo affatto sicuri che questo infinito universale, spirituale e trascendente esista, ma ci piace, al cinema, lasciarci affascinare da questa possibilità.

Nel film è citata l’ipotesi teorica di Sapir-Whorf sulle possibilità delle diverse strutture di linguaggio di determinare costruzioni diverse del mondo. Premetto che il primo problema che si presenta nel film è quello della comunicazione con gli alieni, dell’individuazione di un linguaggio comune per conoscerne le intenzioni, ed è per questo che Amy Adams, linguista di fama negli USA è protagonista. Ma non è questa la chiave interpretativa del film, chè ne sarebbe una riduzione di scarso rilievo e ci riporterebbe immediatamente nel terreno di una sterile e inconcludente disputa accademica. Né è determinante il fatto che gli alieni si siano volutamente posizionati in 12 luoghi differenti del mondo e che proprio a causa dell’incomprensione tra le diverse autorità del pianeta, incapaci di affrontare la situazione e soprattutto di dialogare tra loro, è corso il rischio  di un loro ritiro, degli alieni,  e la perdita del dono che sembrano portare. Tutti questi sono espedienti narrativi, apparentemente triti, consumati e sperimentati dove Amy Adams “gioca” il ruolo dell’eroina,  per l’indispensabile  finale a lieto fine. E’ un gioco del regista, quasi uno scherzo Haidniano, si apprezza molto la  generosa dose di ironia nel loro utilizzo.


Tutto il film poggia ed è costruito su citazioni,  e anche questa percezione è solo un altro punto di vista, un altro luogo dove vengono riflesse le immagini parziali di uno specchio rotto, frantumato in mille pezzi che spostandosi e ricomponendosi nello spazio e nel tempo, rinvia ad altre unità di senso, o meglio, ad altre strutture possibili dove, forse, il mezzo più concreto per percorrerle è proprio quello del cinema, e del sogno.

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