Forse non esiste genesi di film che non rassomigli all’estrazione di un numero al lotto, tanto la realizzazione del prodotto finale dipende da una serie di fattori non facilmente controllabili. Inutile ricordare in proposito quanto un’arte come il cinema sia costretta a fare i conti con i finanziatori. Lo racconta spesso Giuliano Montaldo che prima di riuscire a realizzare Giordano Bruno ha dovuto passare un anno nell’ufficio del produttore Carlo Ponti a chiedere denaro per iniziare la lavorazione. Le contrastanti ragioni tra le intenzioni di chi mette i soldi e di chi crea l’opera non sono però sufficienti a spiegare l’irrazionalità dell’industria dell’intrattenimento. Anche il Che di Steven Soderberg, che si compone di due parti: L’argentino e Guerriglia, in uscita in Italia rispettivamente il 10 aprile e l’1 maggio distribuito dalla BIM, prima di arrivare sugli schermi ha dovuto in qualche modo affrontare percorsi imprevedibili.

Tutto ha inizio, per il regista dell’indimenticato e misterioso Sesso, bugie e videotape, nel 1999 durante le riprese di Traffic, prodotto da Laura Bickford, tra gli interpreti Benicio Del Toro che vince un Oscar come miglior attore non protagonista. Sono loro due a proporre a Soderberg di girare un film sulla figura di Che Guevara. Lui non esita un attimo, dice subito sì. Comincia così a recarsi a Cuba. Vorrebbe concentrare la propria attenzione sulle circostanze della morte del guerrigliero argentino, dedicare maggior tempo al periodo boliviano della sua vita perché il meno conosciuto. Incontra le persone che erano con lui in Bolivia, i sopravvissuti di quell’ultima e intensa stagione del Che, mette insieme i pezzi, le ricerche, le testimonianze, l’insieme del materiale preparatorio. Parte la scrittura e tuttavia la sceneggiatura non riesce a prender forma. Per uscire dall’impasse chiama Ben A. Van der Veen, un amico di Benicio Del Toro, che comparirà come uno degli sceneggiatori del secondo film.

La svolta però non arriva, manca ancora qualcosa. Si resta fermi sino a quando non giunge voce che Terrence Malick, l’autore de La sottile linea rossa, sarebbe disponibile per un lavoro di scrittura. Inoltre si trovava in Bolivia, per scrivere un articolo per il New Yorker, quando Guevara è stato ucciso. Non si trattava solo di una voce. Messo al corrente della situazione Malick accetta di lavorare alla sceneggiatura. Ci troviamo oramai all’inizio del 2003. Riprendono i lavori sino a quando Soderberg cede a “Terry” la direzione del progetto, confessa che non lo avrebbe fatto per altri ma per lui volentieri. Malik raccoglie una sfida che non potrà condurre a termine. Infatti dal momento in cui diventa possibile girare The New World – Il nuovo mondo abbandona l’impegno preso. Oramai il film sembra alla deriva. I finanziatori stressati abbandonano il progetto.

Laura e Benicio, che hanno messo insieme i finanziatori, tornano allora da Steven. Intanto sono passati altri due anni, ci troviamo quindi nel 2005 e Sodeberg è sul set di Intrigo a Berlino. Il regista riprende le carte tra le mani, capisce che non è sufficiente fermarsi alla Bolivia, c’è bisogno di dare maggior spazio al contesto. Arrivano ulteriori set: Cuba, Messico, New York (Che Guevara si era recato al palazzo dell’Onu nel 1964), con le interviste rilasciate dal leader guerrigliero nella città statunitense e i discorsi a fungere da collante tra le diverse parti della struttura narrativa. Ma chi ha messo il denaro incomincia ad essere impaziente, chiede delle date. È passato troppo tempo. Vorrebbero che per la primavera dell’anno seguente si inizi a girare.

Soderberg, che con Peter Buchman (decisivo nella strutturazione de L’Argentino), ha già scritto tra le 180 e 190 pagine,  è convinto che c’è da approfondire, così nasce l’idea di due film in uno: una prima parte ed una seconda. Trova il consenso dei distributori e dei produttori europei e sudamericani che sono d’accordo anche per la scelta del regista di utilizzare la lingua spagnola. Gli americani, in particolare la Warner con la quale ci sono state numerosi incontri, avevano dei problemi con le due parti, così si tirano fuori dal progetto. A gennaio 2006 Soderberg gira una settimana del film a New York. Poi per sei mesi, quattro o cinque a giorni a settimana, rimane chiuso in una stanza di un hotel con Peter Buckman e Benicio Del Toro. Non hanno nessuna intenzione di interrompere i lori incontri sino a quando non avranno raggiunto una versione definitiva della sceneggiatura. Sei mesi risultano sufficienti. Soderberg fissa l’inizio delle riprese per l’inizio di luglio del 2007.

 

4 Replies to “Il difficile percorso del Che di Soderberg”

  1. forse avrebbe fatto meglio a smettere di accanirsi nel voler portare a termine questo progetto, perche’ mi sembra evidente che non era “il suo”. Il film e’ infatti noioso, banale e molto freddo, giusto verso la fine, quando diventa un action movie, ci si scalda un po’. Una cosa assurda se si pensa che il protagonista e’ il Che.

  2. io sono rimasto affascinato, in alcune scene abbagliato dalle capacità del regista, in particolare quel lavorare sulla sintesi, il prendere una parte per il tutto in modo folgorante mi ha stordito di bellezza. come ho trovato le pause “procedurali”, quel lavorare sull’attesa, particolarmente significativo sul senso della strategia politica, ma anche del manifestarsi del senso estetico.

  3. sono andata a vedere “Che” colma di aspettative, con ansia da cinefila e passione da comunista.
    ne sono uscita pensando che se anche la rivoluzione è noiosa, cosa resta di elettrizzante nella vita?
    apprezzo il fatto che Soderberg non abbia voluto fare dell’agiografia (era ciò che più temevo recandomi in sala), ma trovo che dipinga un ritratto del Che molto superficiale. La guerriglia non scalda i cuori, è solo un banale succedersi di camminate ed attacchi: insomma, una noia mortale! Ciliegina sulla torta: un Fidel troppo caricaturale, che sembra “Il dittatore dello stato libero di Bananas”. Benicio è bravo, ma credo che Soderberg si sia cimentato in un’opera che non è nelle sue corde… Peccato!

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