di Stefania Bonelli/ Pochi film di animazione risultano complessi e accessibili a più livelli. Spesso le fiabe vengono considerate letteratura minore, semplici e ingenui intrattenimenti fine a se stessi. Mentre invece appare sempre più chiaro come dietro messaggi apparentemente oscuri si nascondano domande che gli uomini si fanno dai tempi dei tempi. Attraverso simbologie più o meno complesse vi si trovano quei contenuti inconsci che da sempre hanno tentato di appagare il bisogno di dare un senso all’imponderabile caducità umana. Sono le prime risposte attraverso cui l’uomo ha cercato di addomesticare l’angoscia rispetto al mistero dell’universo e della vita.
La Canzone del mare (Song of the sea) di Tomm More, già autore del raffinato The secret of kells mai uscito in Italia, è una di queste. Un’opera in cui sono accumulati e condensati temi e significati profondi, dove disegni, musiche e personaggi danno vita a una intensa, misurata e poetica narrazione. La storia, un lavoro di finzione originale che si basa sul folklore e sulle leggende irlandesi, per dichiarazione dello stesso regista è nata da una sorta di terapia spirituale a cui hanno partecipato alcuni membri del team artistico. Si ispira alla figura delle Selkies che nella mitologia irlandese rappresentano donne che possono trasformarsi in foche, figure allegoriche riferite al dolore della perdita in mare di una persona amata.
Il protagonista Ben, un bimbo di sette anni, racconta alla sorellina Saoirse, ancora nella pancia della mamma, la storia di Mac Lir, una divinità del mare trasformatasi in pietra presso la loro casa. A seguito del parto la mamma morirà e i due bambini verranno strappati al padre dalla nonna paterna che ritiene la casa sul faro un luogo inadatto alla loro crescita. Questi, una volta dalla nonna, scapperanno e si avventureranno, nel tentativo di ritornare nella loro casa in mezzo al mare, in un viaggio fantastico attraverso un mondo di antiche leggende. A ben guardare già in tutto ciò sono presenti alcuni simboli: la nascita come separazione definitiva, il viaggio come ricerca di sé ed elaborazione di un lutto nato da una perdita, la morte della madre. Nel percorso di ritorno i bambini affronteranno una serie di prove e incontreranno un seanachal, un vecchio i cui capelli sono costituiti dall’infinita tessitura delle storie che vengono conservate per essere tramandate nei secoli. Anche lui svolgerà la funzione di un narratore simbolico, una sorta di coscienza incarnata bisognosa di rintracciare nelle tante possibili storie il proprio significato. Tra i suoi infiniti capelli, le storie della storia del mondo, c’è il racconto dell’inizio. Il dio Mac Lir, afflitto dal dolore di una grande perdita, iniziò a piangere inconsolabile le lacrime dell’oceano e venne poi tramutato in scoglio da sua madre che non sopportava più vederlo soffrire a quel modo. Come lui anche Ben ha un grande dolore che ha trasformato in pietra il suo cuore, la morte della sua di madre, il giorno in cui è nata la sorellina Saoirse, che si rivelerà essere l’ultima bambina-foca, una sorta di traghettatrice di anime. Intorno, il mondo è pieno di esseri misteriosi tramutati in pietra anche loro ai quali la stessa grande madre, che si rivelerà una grande civetta “cattiva”, ha prosciugato i cuori. E durante questo viaggio verso casa, il luogo degli affetti, quel posto caldo e accogliente in cui ci sentiamo liberi di essere, al riparo dopo la tempesta, Ben riconoscerà la civetta–madre-cattiva, sotto le cui mentite spoglie si cela la nonna che aveva portato via lui e la sorellina dalla casa paterna sul mare. Qui More riprende una tematica cara anche a Miyazaki: il confine tra bene e male non è mai così netto. Nel mondo non esiste la lotta dei buoni contro i cattivi. La madre-nonna-civetta è in realtà animata dal bene, dal desiderio di sollevare dalla sofferenza i suoi figli, e non si accorge che impedendo loro di soffrire li riduce ad esseri inanimati. Come anche in Kirikù e la strega Karabà di Ocelot il male nasce da un dolore enorme (la spina nella schiena di Karabà) che, rimosso, non si vuole affrontare. E se non si è capaci di affrontare il divenire dell’esistenza, non si è esposti al dolore ma neanche al piacere. Si rimane al di qua del bene e del male in un eterno inesistente. Nessuno dunque è colpevole, siamo tutti vittime di una sofferenza necessaria di cui non intuiamo la provenienza iscritta nel mondo come lo sono gli alberi, l’acqua, la luce, la notte. Ben e Saoirse capiscono che per esser-ci dovranno lottare contro quella madre civetta che non vuole il dolore dei suoi figli, senza cui però non esisterebbe il suo opposto e l’esistenza stessa. E alla fine riusciranno a restituire la vitalità a tutti gli esseri-pietra, a rompere quei cuori prigionieri grazie alla “canzone del mare”, che si configura come un atto di fede assolutamente laico.
E’ la bambina-sorella- foca ad intonarlo, un individuo né umano, né animale, un ponte tra l’al-di-qua e l’aldilà. Non una madre, forse incapace di donare la libertà di vivere e di soffrire, ma un essere indefinito che mette in comunicazione gli uomini con il trascendente attraverso la musica. Infatti cosa meglio della musica come forma d’arte superiore porta gli esseri umani verso un altrove, a credere che esista la possibilità di un infinito in cui gli opposti coincidano e che senza la morte non ci sia anche amore? Là, dove non si ha bisogno di nessuna spiegazione e chiunque può essere raggiunto attraverso le vie del cuore, poiché l’esperienza profonda della bellezza è sempre legata all’abisso oscuro e senza fondo della perdita.

One Reply to “La canzone del mare”

  1. Bello!
    Mi viene questa associazione con una poesia letta ieri

    …”dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di
    bambini:
    avvicinati, come la prima
    tra le cose perdute
    e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora”

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